Taormina Film Festival, 72° edizione, il piccolo festival che continua a parlare al mondo
- Planet Claire
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2026©articolo di Clara Bruno- tutti i diritti riservati
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Taormina, 10-14 giugno 2026
I grandi festival misurano il proprio prestigio in centinaia di proiezioni, decine di sale, un programma sterminato. Taormina da oltre settant'anni continua a puntare sul fascino meraviglioso del luogo siciliano e sulla capacità di attrarre grandi personalità.
La 72ª edizione del Taormina Film Festival, andata in scena dal 10 al 14 giugno 2026, ha confermato questa natura peculiare. Un festival piuttosto piccolo, con un numero contenuto di screening e una selezione non vasta, ma compensato da ospiti di primissimo piano e da una risonanza mediatica che pochi eventi europei delle stesse dimensioni possono vantare.
Taormina gioca una carta che nessun altro possiede. La cittadina siciliana offre una delle scenografie più spettacolari del Mediterraneo, sospesa tra il mar Jonio e il monte Etna, mentre il Teatro Antico è il cuore simbolico della manifestazione. Da oltre duemiladuecento anni l'anfiteatro è luogo spettacoli, rappresentazioni: una continuità culturale stupefacente che rende ogni proiezione qualcosa di più di un semplice evento cinematografico.
Iniziando, si è proiettato Sandokan, produzione RAI Cinema del 2025 presentata come omaggio al suo protagonista Can Yaman. L'attore turco è apparso in tutta la sua poderosa presenza scenica, accolto da una folla di ammiratrici e ammiratori letteralmente in delirio. Un bagno di folla che ha ricordato le grandi stagioni del divismo internazionale e che ha fatto del red carpet un evento popolare prima ancora che mondano.
Tra gli appuntamenti più attesi, in apertura del festival, la presentazione in anteprima della terza stagione di House of the Dragon (2026), la fortunata serie fantasy britannica che raccoglie un seguito impressionante in tutto il mondo. La proiezione ha attirato fan arrivati da diversi paesi europei, confermando come il confine tra cinema e serie televisive sia sempre più permeabile.
Il potere e l'ambiguità di The Leader
Tra i titoli in concorso, uno dei lavori più interessanti è The Leader del regista americano Michael Gallagher, interpretato da Tim Blake Nelson e Vera Farmiga. Il film racconta l'ascesa e il consolidamento del potere di un carismatico leader di una comunità, o per meglio dire di una setta, The Heaven's Gate, il cui progetto utopistico si trasforma progressivamente in una struttura via via più opaca, manipolatoria e drammaticamente pericolosa. Gallagher ricostruisce una vicenda della cronaca nordamericana, evitando accuratamente sia la condanna morale preventiva sia il sensazionalismo scandalistico. Il suo interesse è osservare i meccanismi psicologici e sociali attraverso cui il consenso prende forma: l'importante è seguire, to follow, questo è ciò che cercano i suoi adepti, e vittime. La regia è rigorosa e avvincente. Tim Blake Nelson, attore intelligentissimo, offre una delle interpretazioni più complesse della sua carriera, componendo un personaggio che oscilla continuamente tra sincerità e calcolo, tra idealismo e narcisismo, anche improvvisando in maniera molto inquietante. Vera Farmiga gli fa da contrappunto con un lavoro attoriale molto raffinato, costruito sulle sfumature e su un grande controllo emotivo. Il cinema nordamericano indipendente conferma di saper affrontare temi difficili con grande intelligenza e misura.
Piccolo Miracolo: il rischio della retorica sentimentale
Assai meno convincente è invece Piccolo Miracolo di Guido Chiesa, presentato anch'esso in anteprima nel concorso internazionale.
Il film, interpretato da Marco D'Amore e Greta Scarano, affronta temi legati alla famiglia, alla differenza di censo e classe sociale, e alla speranza di redenzione attraverso una vicenda costruita per suscitare la partecipazione emotiva dello spettatore. Tuttavia, proprio questa ricerca costante dell'emozione finisce per rappresentarne il principale limite. La sceneggiatura insiste sui momenti più commoventi, accumulando situazioni e dialoghi che appaiono melensi. La ricerca del sentimento prevale sulla complessità dei personaggi, che si muovono all'interno di schemi prevedibili. Greta Scarano offre una prova professionale generosa, ma Marco D'Amore appare intrappolato in un registro interpretativo sostanzialmente unico. Lo stesso sguardo intenso, la stessa inflessione drammatica, la medesima postura emotiva sembrano accompagnarlo scena dopo scena, confermando una immobilità espressiva che gli osservatori gli attribuiscono anche fuori dal set. Il risultato è un'opera certamente animata da buone intenzioni, ma che infine non brilla.
Tornatore e l'elogio della gentilezza imprenditoriale
Tra gli eventi speciali ha suscitato curiosità il documentario di Giuseppe Tornatore Brunello il Visionario Garbato (Italia, 2025), realizzato su richiesta dello stesso Brunello Cucinelli. Più che una semplice biografia aziendale, il film si configura come un'elegia del self-made man italiano. Tornatore mette in scena la figura dell'imprenditore umbro attraverso immagini evocative e eleganti e una narrazione che privilegia il racconto di una visione culturale prima ancora che economica. L'operazione è inevitabilmente celebrativa e talvolta sfiora l'agiografia. Tuttavia, la mano del regista riesce a conferire ritmo e dignità cinematografica a un materiale che non è un prodotto promozionale. Emerge il ritratto di un capitalismo umanistico che rappresenta una delle narrazioni caratteristiche dell'Italia contemporanea.
Russell Crowe e l'inferno scatenato a Taormina. Buon cinema di genere.
Grande entusiasmo ha accompagnato anche la proiezione in anteprima mondiale di Bear Country di Derrick Borte, thriller statunitense del 2026 interpretato da Russell Crowe. Uscirà nelle sale italiane il 26 agosto 2026, con il titolo "La Vendetta Perfetta - Bear Country".
Un momento divertente è stato quando Crowe, accolto da una standing ovation, ha voluto ringraziare il pubblico con un discorso interamente in italiano. Un italiano evidentemente preparato, letto e recitato con cura, ma proprio per questo accolto con simpatia e affetto dagli spettatori. L'attore australiano ha concluso il suo intervento con la battuta che tutti aspettavano: «Al mio segnale, scatenate l'inferno!», la celebre frase pronunciata da Massimo Decimo Meridio in Gladiator (Ridley Scott, 2000). Il Teatro Antico è esploso in un applauso fragoroso a questa frase che è scolpita nella memoria collettiva del Cinema. La presenza di Russell Crowe ha rappresentato uno dei momenti mediaticamente più forti del festival.
Bear Country di Derrick Borte racconta, con ritmo e convinzione, la storia di Manco Kapak, un albanese emigrato negli Stati Uniti, proprietario di un nightclub di Los Angeles che ha costruito la propria fortuna muovendosi ai margini della legalità, riciclando denaro per i cartelli della droga e coltivando rapporti pericolosi con il sottobosco criminale. Ora Manco sogna una via d'uscita: vendere il locale, chiudere i conti con il passato e vivere lontano da tutto accanto alla donna che ama. Quando una rapina sconvolge i suoi piani e attira l'attenzione di criminali, debitori e misteriosi aspiranti acquirenti, Manco si trova trascinato in una spirale di violenza e tradimenti dalla quale sembra impossibile uscire. Russell Crowe è il protagonista perfetto per una storia di uomini stanchi, occasioni perdute e ultimi tentativi di salvezza. Crowe non è un gangster classico né un eroe redento. È un uomo maturo che comprende troppo tardi il prezzo delle proprie scelte e che tenta disperatamente di comprare una pace che il destino sembra non voler concedergli. L'attore mette in campo tutta la propria esperienza, evitando le scorciatoie dell'eroe invincibile, e anzi conferendo al personaggio una malinconia quasi shakespeariana. Crowe alterna con grande naturalezza ironia, brutalità e vulnerabilità. Aaron Paul, (che conosciamo per la parte di Jesse Pinkman in Breaking Bad, una delle serie tv migliori di sempre), è nel cast con un ruolo completo recitando magistralmente la figura del malcapitato villain per sbaglio. Derrick Borte costruisce un crime con un suo tono personale, sospeso tra thriller, commedia nera e racconto esistenziale. Il film procede con ritmo sostenuto, intrecciando azione, doppio gioco, trattative, in una narrazione a incastro che mantiene viva la tensione fino all'ultima sequenza. Alcuni passaggi risultano volutamente sopra le righe e certe soluzioni narrative privilegiano il divertimento alla plausibilità, ma proprio questa leggerezza impedisce alla storia di sprofondare nel cupo fatalismo di molto cinema criminale contemporaneo. Bear Country è una buona storia, popolata da personaggi eccentrici e memorabili, che si affida al carisma di un attore protagonista che sembra divertirsi enormemente nel ruolo. Conquista il pubblico questo thriller avvincente e appassionante, dotato di una eleganza narrativa che non risulta mai pretenziosa.
I Wish You All the Best, un coming-of-age della fragilità contemporanea
Tra i titoli internazionalidel festival, I Wish You All the Best (2024) segna l’esordio alla regia di Tommy Dorfman, che adatta il romanzo di Mason Deaver affidando il ruolo centrale a Corey Fogelmanis, presenza delicata e sorprendentemente efficace. Il film racconta la storia di Ben De Backer, adolescente non binario che, dopo aver fatto coming out, viene espulso dalla propria casa da genitori religiosamente conservatori. Ben si trasferisce dalla sorella maggiore con cui non ha rapporti da anni, cercando di ricostruire una quotidianità possibile tra una nuova scuola, nuove amicizie e un’identità ancora in formazione. L’incontro con Nathan, (l'attore Miles Gutierrez-Riley), compagno di classe empatico e spontaneo, introduce una dimensione affettiva che gli darà la possibilità di esistere senza indossare maschere e senza nascondersi. La regista costruisce un racconto di formazione che si concentra sulle conseguenze emotive sottili: il dolore silenzioso, la vergogna, la difficoltà di occupare uno spazio nel mondo. La regia è pulita, a tratti televisiva nella sua trasparenza, ma sostenuta da una sincera adesione emotiva ai personaggi. Corey Fogelmanis regge il film con una recitazione trattenuta, costruita su micro-espressioni e su una vulnerabilità costante che diventa il vero centro narrativo dell’opera. Attorno a lui, il cast di supporto, tra i quali segnalo Alexandra Daddario nel ruolo della protettiva sorella Hannah, delinea un ecosistema umano credibile in un’opera tenera e inclusiva. Il film pare voler dare un messaggio su come si sopravvive all’esclusione senza trasformarla necessariamente in tragedia. In questo senso, la scelta di Dorfman è coerente e contemporanea: il suo è un debutto sincero e prezioso, che sta alla larga dalla spettacolarizzazione.
Una giuria di prestigio
La giuria era guidata dalla regista neozelandese Jane Campion, presenza autorevole e raffinata, affiancata da personalità provenienti da diverse cinematografie internazionali.
Tra gli incontri segnalo quello con dame Helen Mirren; Clive Owen, elegante e misurato nei suoi interventi; Aaron Paul nel cast con Russell Crowe; l'attrice brasiliana Fernanda Torres; con Scott Eastwood, attore figlio del leggendario Clint; il regista Gore Verbinski; l'attore britannico Toby Jones; e con tutti i protagonisti delle opere presentate durante la manifestazione.
In un panorama festivaliero affollato e competitivo, Taormina continua a occupare una posizione singolare. Non è il festival più grande, né il più influente sul mercato. Ma un luogo che offre l'incontro tra la storia millenaria di un teatro, il fascino di una cittadina straordinaria e la magia sempre rinnovata del Cinema. Per cinque giorni, ancora una volta, è sembrato che quelle pietre antiche continuassero a fare ciò che fanno da ventidue secoli: accogliere storie e presentarle al mondo.



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