Disclosure Day di Steven Spielberg
- Planet Claire
- Jul 7
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Updated: Jul 9
2026© articolo di Clara Bruno - tutti i diritti riservati
tempo di lettura: 5 minuti
film visto in v.o. al Greenwich cinema di Torino il 5 luglio 2026
Con Disclosure Day Steven Spielberg ritorna al territorio della fantascienza: il grande regista non la usa per immaginare il futuro, ma per interrogare il presente. Il film non è ambientato in un mondo distopico o in un futuro paventato, bensì ai giorni nostri negli Stati Uniti, a Kansas City, Missouri.
Il film è molto godibile perché Spielberg, come sempre, dimostra la magnifica padronanza della regia; la perfetta capacità hitchcockiana di costruire tensione; l'intelligenza di coinvolgere etica e filosofia in maniera opportuna e misurata, pur in un film di intrattenimento; e crea forse la migliore interpretazione di Emily Blunt, finalmente maturata come attrice.
La prima qualità del film è la fluidità narrativa. La messa in scena è hitchcockiana, il ritmo è calibrato con precisione classica. Spielberg non cede mai alla frenesia del montaggio contemporaneo. L'azione è brillante, continua, la transizione tra le scene sempre perfettamente orchestrata. Al regista non sfugge mai di mano il senso del racconto classico. Ogni inseguimento, ogni rivelazione e ogni dialogo trovano il proprio tempo, senza che il film perda mai slancio. È un cinema che dimostra come si possa essere spettacolari senza essere convulsi, mantenendo una scioltezza di scrittura che soltanto i grandi maestri sanno ottenere. Spielberg dosa con abbondanza inseguimenti all'ultimo respiro, che non stancano lo spettatore, anzi lo avvincono; complotti governativi; momenti riflessivi di intimità, con la sicurezza di chi conosce perfettamente i tempi del grande cinema popolare.
Altrettanto ammirevole è la costruzione della strabiliante suspense di cui gode il film: la narrazione incalza molto avvincente, mentre un senso costante di inquietudine "cosmica" non molla mai lo spettatore, in attesa dell'ignoto che incombe.
La buona sorpresa è, come ho detto nell'introduzione, Emily Blunt, nel ruolo della ambiziosa cronista televisiva Margaret Fairchild. Qui l'attrice raggiunge una maturità interpretativa che sembra segnare un punto di svolta nella sua carriera: attraversa registri emotivi diversi -vulnerabilità, paura, stupore, determinazione- senza mai perdere credibilità. Blunt domina molte inquadrature senza narcisismo, con una naturalezza sorprendente. È la prima volta che il suo lavoro mi piace.
Mi è piaciuto assai meno l'altrimenti adorabile Colin Firth, maturo affascinantissimo attore, qui un po' bolso, piatto, privo di autentico vigore: un attore del suo calibro non ha avuto qui materiale adatto per valorizzare questo ruolo. Il cattivo Noah Scanlon, capo della organizzazione clandestina Wardex Corporation, misteriosamente collusa con il governo, che dal 1949 nasconde agli abitanti del nostro pianeta l'esistenza della vita aliena extra-terrestre, non è un personaggio ben sviluppato nello script del film e la gravitas, l'autorità intellettuale di Colin Firth non hanno modo di esprimersi. Che peccato. (Circola nella critica internazionale la battuta che nella sceneggiatura il suo personaggio sia stato infine voluto di origine britannica per il semplice fatto che Firth non è in grado di rendere un accettabile accento americano. Niente di più probabile. Anche l'inglese Daniel Craig, pur essendo un grandissimo attore, fa molta fatica con l'accento americano. Penso per esempio alla trilogia Knives Out in cui Craig interpreta il detective Benoit Blanc: inascoltabile.)
Invece, Colman Domingo sta bene nel ruolo -scritto in modo piuttosto essenziale- di Hugo, il capo dei ribelli fuoriusciti dalla Wardex, che vuole portare all'umanità la rivelazione, la divulgazione della verità, la 'disclosure' -appunto.
Il protagonista maschile, l'attore inglese Josh O'Connor, (premiato per la parte del Prince Charles nella serie Netflix The Crown), veste i panni quasi dimessi del genio matematico Dr. Daniel Kellner, un uomo che lavora intelligentemente dietro a una scrivania ma ha la bravura di debellare fisicamente corpulenti militari professionisti, veri e propri spietati action man, conservando per tutto il tempo la giusta faccia un po' ordinaria e anonima dell'anti-eroe buono. In questo film, infatti, non c'è bisogno di eroi, le soluzioni catartiche spielberghiane sono corali.
Emerge dunque l'inevitabile sentimentalismo spielberghiano, che appartiene da sempre al suo cinema, un cinema che si occupa da sempre della risposta più autentica che l'essere umano può dare. Qui la risposta "giusta" è l'empatia. (Anche se, un po' confusamente, più che empatia tra umani assistiamo a casi di telepatia... Vabbè, accettiamola come una versione "metaforica" dell'empatia...) Naturalmente poi, Spielberg ci parla del tornare ai ricordi d’infanzia, del rievocare i traumi degli abbandoni, delle perdite, nascosti dolorosamente in ognuno di noi, e dell'avere speranza, anche davanti al mistero. Il regista coniuga spettacolo e umanesimo senza mai vergognarsi della commozione. Per me, funziona: diverte e sublima.
Anche quando il plot avrebbe comunque bisogno di essere un po' più esaustivo, perché il film infine non dice che beneficio avrebbe (avrà?) in realtà l'umanità se la presenza degli alieni fosse rivelata, dischiusa all'umanità intera. Gli autori del film lasciano sottinteso il mistero ultimo del messaggio alieno, che Spielberg assume chiaramente sarà positivo e benefico.
Molto sagace è una scelta narrativa che aggiunge al racconto una dimensione che trovo fondamentale e ci viene offerta da uno dei personaggi femminili, Jane, l'attrice Eve Hewson, che è la figlia di Bono, il leader degli U2. Hewson aveva già lavorato con Spielberg interpretando la ragazzina figlia del protagonista Tom Hanks nel bellissimo Bridge of Spies (2015), scritto dai Fratelli Coen e interpretato magistralmente da Mark Rylance. Qui Jane è una ex-novizia cattolica. La sua figura introduce una riflessione teologica sorprendentemente raffinata: la scoperta della vita extraterrestre non è vissuta come una smentita della fede, bensì come un ampliamento del mistero della Creazione. Spielberg (ebreo) e il suo sceneggiatore David Koepp (cattolico) suggeriscono con intelligenza ideativa che la scoperta di altre forme di vita non sia necessariamente incompatibile con la fede cristiana e possa, anzi, essere accolta anche all'interno di una visione cattolica del mondo, senza trasformare il gap, di solito incolmabile, tra scienza e religione in uno scontro ideologico. Non è un semplice dettaglio o un espediente della sceneggiatura, è una idea concettualmente accorta. Steven Spielberg, che si tiene da sempre lontano dai dogmi, approccia l'argomento "Dio" con un senso di curiosità e meraviglia. In un'intervista di presentazione di Disclosure Day ha detto: "Is God our God only on this planet, or is God a God for every system where there's civilization, intelligent life and even developing life?"
Molto evocativo e affascinante il ruolo degli animali del bosco nel film. Il loro presentarsi come alieni è rassicurante rispetto all'immenso mistero di cui sono portatori. Uccellini, cervi, volpi sono portatori del 'messaggio', latori 'magici' di un risveglio psichico. È bellissimo: la fauna selvatica agisce da connettore tra i visitatori alieni e l'umanità terrestre.
Il compositore John Williams, il cui sodalizio con Spielberg è molto significativo, scrive una partitura roboante che amplifica la meraviglia e sottolinea come sempre la dimensione lirica che rende immediatamente riconoscibile il cinema di Spielberg. Al termine del film, non abbiate fretta di uscire dalla sala: restate fino all'ultimo titolo di coda e lasciate che la sinfonia di Williams completi l'esperienza cinematografica. È il modo migliore per congedarsi da un film di grande cinema spettacolare, emozionante e... umano!





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