Backrooms: il labirinto della mente secondo Kane Parsons
- Planet Claire
- Jun 28
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Updated: Jul 2
2026© articolo di Clara Bruno - tutti i diritti riservati
tempo di lettura: 11 min
Backrooms di Kane Parsons
visto al cinema Ideal di Torino il 27/06/2026
Kane Parsons e il suo esordio come autore. La sua poetica A vent'anni, Kane Parsons, nato e cresciuto a Petaluma, nella Sonoma County, nel nord della California, firma un esordio che ha già la compiutezza del cinema d'autore. Dopo avere rivoluzionato l'horror su YouTube con i suoi cortometraggi The Backrooms (Found Footage), il giovane regista approda al lungometraggio trasformando il suo materiale nato per il web in un'opera sorprendentemente matura di grande cinema. Non è soltanto un debutto: è la dichiarazione della poetica di un autore che sembra sapere con precisione quale cinema vuole realizzare. Petaluma Petaluma, nella Sonoma County, sessanta km a nord di San Francisco, è una tranquilla cittadina della provincia californiana. Quando Kane Parsons vi nacque, nel 2005, conservava ancora il ritmo lento di un'America suburbana fatta di quartieri ordinati, centri commerciali e campagna appena fuori dall'abitato. Aveva un'economia legata storicamente all'agricoltura e all'allevamento lattiero-caseario (per decenni fu soprannominata la "Egg Basket of the World", la capitale americana della produzione di uova) e non era ancora diventata una delle località più ambite dai pendolari della Silicon Valley. Forse non è un caso se il regista ha trasformato proprio quell'ordinarietà in un incubo metafisico, facendo emergere il lato inquietante nascosto negli ambienti più comuni. Non è un'influenza dichiarata dallo stesso Parsons, ma la suggestione risulta coerente con l'estetica della sua opera. Origine del progetto su YouTube e ingaggio da A24 Un elemento fondamentale del fascino di Backrooms risiede nella sua origine. Il film nasce dall'omonima serie che Kane Parsons ha iniziato a pubblicare su YouTube nel gennaio 2022 con il nome di The Backrooms (Found Footage). Realizzati quasi interamente da solo, utilizzando software per gli effetti visivi e per il montaggio accessibili a chiunque, quei cortometraggi raccontavano l'esplorazione di uno spazio impossibile: un universo di corridoi infiniti, pareti ricoperte da carta da parati giallastra, luci al neon tremolanti e un ronzio costante che trasformava ambienti apparentemente banali in luoghi di terrore metafisico. Lo stile era quello del found footage: videocamere amatoriali, riprese sporche, montaggio essenziale e un realismo quasi documentaristico che rendeva l'esperienza profondamente immersiva. Parsons, episodio dopo episodio, costruì una vera mitologia, introducendo la misteriosa società Async, esperimenti scientifici, nastri di sorveglianza, documenti d'archivio e creature appena intraviste. Il risultato era un racconto frammentario che chiedeva allo spettatore di ricostruire da sé la storia, quasi fosse un archeologo digitale.
E questa struttura ha conquistato milioni di giovanissimi. La serie è diventata un fenomeno globale, superando complessivamente centinaia di milioni di visualizzazioni e generando migliaia di video di analisi, teorie, ricostruzioni cronologiche e discussioni su YouTube, Reddit e TikTok. Per i nativi digitali coetanei del regista, Backrooms è stato ciò che The Blair Witch Project rappresentò per il pubblico della fine degli anni Novanta: un'opera capace di confondere i confini fra realtà e finzione e di trasformare internet in un enorme laboratorio collettivo di interpretazioni (molte delle quali intelligenti!). Quando A24, società di entertainment indipendente americana, con base a New York City, specializzata in produzioni cinematografiche e televisive e nella loro distribuzione, affida a Parsons la regia dell'adattamento cinematografico, fa una scelta rara che premia non soltanto il successo virale, ma l'eccezionale talento visivo del suo giovanissimo autore. Analisi stilistica: regia, fotografia, ritmo Siamo di fronte a un horror profondamente perturbante, capace di riscrivere le regole del genere. Il film è un’esperienza visiva di grande impatto, caratterizzata da una raffinata costruzione estetica.
Ambientato nel 1990, Backrooms sembra davvero un film realizzato in quegli anni. Parsons rinuncia deliberatamente al montaggio frenetico e all'estetica ipercinetica dell'horror contemporaneo per adottare una regia lenta, lineare, paziente. I movimenti della macchina da presa sono misurati, i tempi dilatati, la suspense nasce dall'attesa più che dall'effetto. Anche la fotografia, con il suo caratteristico giallo spento da videocassetta VHS, restituisce la sensazione di assistere a un reperto cinematografico dimenticato, come se il film fosse rimasto nascosto in qualche archivio analogico per oltre trent'anni. È una scelta esteticamente matura, che rende ancora più inquietante la progressiva perdita di contatto con la realtà.
Un aspetto sorprendente da sottolineare è che nei cortometraggi su YouTube divenuti virali di Parson le sue backrooms erano completamente generate al computer; invece nel film la società di produzione cinematografica A24 ha realizzato un set di 3.000 metri quadri!
Confronto con Stranger Things
Pur nella sua forte originalità, Backrooms dialoga apertamente con uno degli immaginari fantascientifici più influenti dell'ultimo decennio: Stranger Things, la serie televisiva creata dai fratelli Duffer e distribuita da Netflix a partire dal 2016. Anche lì il cuore del racconto è l'esistenza di un universo parallelo, il celebre Upside Down (Sottosopra), che riproduce quasi fedelmente il mondo reale, ma in una forma corrotta, decadente e profondamente ostile. Le Backrooms sembrano muoversi nella stessa direzione: sono una copia del nostro universo, ma privata della vita, deformata nelle proporzioni, svuotata della presenza umana e ridotta a una successione infinita di uffici deserti, corridoi e stanze anonime, popolate a sorpresa da pericolosi mostri. Parsons, naturalmente, porta questa intuizione verso un territorio ancora più radicale. Se il Sottosopra di Stranger Things conserva ancora una struttura narrativa riconoscibile e le creature sono identificabili, le Backrooms sono un luogo astratto, dove l'angoscia nasce soprattutto dall'architettura e dalla sensazione che la realtà abbia smesso di funzionare secondo le sue regole. Più che un omaggio, sembra l'evoluzione di un'idea: l'universo parallelo non è più soltanto il "lato oscuro" del nostro mondo, ma la sua replica imperfetta, una copia che, proprio perché quasi identica all'originale, diventa infinitamente più disturbante.
Personaggi
Accanto allo straordinario Chiwetel Ejiofor, nel ruolo di Clark, la protagonista femminile è Renate Reinsve, attrice norvegese che, dopo essere stata la protagonista de La Persona Peggiore del Mondo (2021) di Joachim Trier, premiata a Cannes come Miglior Attrice, è ormai uno dei volti più raffinati e riconoscibili del cinema indipendente europeo. Reinsve conferma la sua capacità di dare corpo a personaggi fragili ma enigmatici, costruendo qui la psicologa Mary, malinconica e perseguitata da un trauma infantile (la malattia psichiatrica della madre) e progressivamente consumata dall'ossessione. La sua presenza scenica elegante e magnetica è il perfetto contrappunto al caos mentale che invade il racconto.
Trama
La vicenda prende avvio quando Clark, un ex architetto diventato gestore di un mediocre negozio di arredamento, scopre nel seminterrato un accesso alle misteriose Backrooms: un labirinto di corridoi, stanze giallastre e spazi infiniti che sembrano esistere al di fuori della realtà, in un inesplicabile confine fisico, temporale e psichico. C'è una soglia verso un luogo deserto e imprigionante. Il vuoto di questo luogo liminale evoca un senso di estraniamento e nostalgia. Ha molto di familiare, ma manca della presenza umana e trasmette una sottile sensazione di inquietudine. Queste backrooms (“stanze sul retro”) inizialmente appaiono come una scoperta da documentare, ma si trasformano rapidamente in un viaggio senza ritorno. Quando Clark scompare, la sua psicologa Mary decide di andare a cercarlo (in una sorta di riedizione del mito di Orfeo) entrando a sua volta nel labirinto che cambia in base ai ricordi di chi vi entra.
Interpretazione critica: la follia di Clark Ma il vero orrore del film non risiede soltanto nelle architetture impossibili e nei mostri che vi compaiono. Backrooms racconta soprattutto la follia. La mia interpretazione (che non è in alcun modo confermata nel film, si tratta di una mia lettura, credo plausibile rispetto all'ambiguità dell’opera) è che Clark, progressivamente divorato dalla propria mente, diventa il vero carnefice della storia: è lui a uccidere la collega Kat, i due giovani videomaker coinvolti nell'esplorazione e, infine, anche Mary. Le Backrooms non sarebbero allora semplicemente un luogo soprannaturale, bensì la rappresentazione fisica della sua psicosi, uno spazio mentale in cui colpa, memoria e violenza finiscono per coincidere. Parsons lascia volutamente aperte diverse letture, evitando qualsiasi spiegazione definitiva, e questa ambiguità radicale costituisce uno degli aspetti più affascinanti del film. The Window Within . Il simbolismo terapeutico Ancora una chiave di lettura: il lavoro della psicologa Mary, che durante il film apprendiamo essere stata una bambina traumatizzata da una madre affetta da gravi disturbi psichiatrici, poi ricoverata in manicomio, è emblematico. Nel suo libro The Window Within propone un percorso di liberazione dai blocchi in cui ci chiudiamo per paura di soffrire, come se il dolore ci spingesse a costruire stanze interiori sempre più strette e inaccessibili. (La psicologa parla a Clark: "Da adulto ti trovi ancora intrappolato al punto di partenza." "Quando noi sperimentiamo il dolore, iniziamo ad aspettarcelo, pensiamo 'conosco questo percorso, so dove porta'. Ora Le chiedo: 'Le interessa creare un nuovo percorso, per vedere dove porta?") Backrooms è allora anche la rappresentazione di quei labirinti mentali in cui ci rifugiamo per difenderci, ma che finiscono per trasformarsi in prigioni: un invito a riconoscere le nostre stanze chiuse e a cercare, dentro di noi, la finestra da cui tornare a respirare il reale. Ma anche la mente di Mary crolla? L’ambiguità di Phil; il team di scienziati che studiano le backroom. Che cosa sono le backroom? Rimane infine il personaggio di Phil, interpretato da Mark Duplass. È probabilmente l'elemento più enigmatico dell'intero racconto. Tre volte nel film appare come uno scienziato, (esperto di imaging e risonanza magnetica), legato alla misteriosa organizzazione Async, impegnata a controllare o studiare le Backroom; un’altra volta appare come un padre di famiglia nel salotto di casa con moglie e due figlie. Non è chiaro, tuttavia, se Phil appartenga al mondo reale o se rappresenti un ulteriore livello del labirinto. Il film non offre una risposta definitiva e questa incertezza è del tutto intenzionale: Parsons preferisce lasciare lo spettatore sospeso, suggerendo che persino l'apparente ritorno alla normalità possa essere soltanto un'altra stanza delle Backrooms. Pare che tutti gli scienziati di Async non abbiano in verità il destino di perdersi dentro il labirinto di backroom, perché indossano queste grosse tute protettive, che permettono loro di non rimanere intrappolati lì dentro. Gli scienziati riescono a entrare dentro le backrooms e a studiarle: mettono le telecamere, mettono delle silhouette con degli audio; e Phil è il loro capo e coordinatore. Una volta che una persona qualsiasi, senza difese, entra e vive l'esperienza delle backrooms, infatti, se non viene uccisa dal mostro, come è successo a Clark e ai due videomaker (mostro che potrebbe essere comunque la mente di Clark) rimane lì dentro, in qualche modo intrappolata per sempre. L'idea è che le backroom siano una forma di mente, perché le persone intrappolate rimangono lì come dei ricordi: un po' mogi, un po' esanimi, non si muovono e hanno la faccia storta perché non ti ricordi bene com'erano; e rimangono lì fermi e non fanno niente. Nelle backrooms, dunque, ci sono gli scienziati, ci sono delle still-life che sono persone rimaste intrappolate come ricordi fatti male, cosa che si combina con i cumuli di mobili fatti male e storti, strani, che sono anch'essi dei ricordi; ci sono questi uccelli che magari entrano per sbaglio. La AI. Il perturbante (das Unheimliche) di Freud. C’è poi un’altra suggestione che attraversa Backrooms e che acquista un significato particolare alla luce delle dichiarazioni dello stesso Kane Parsons. Il regista ha espresso una profonda diffidenza nei confronti dell’intelligenza artificiale: ne riconosce la considerevole efficienza e la capacità di accelerare enormemente il lavoro, ma teme il fatto che la AI comprima l’immaginazione umana. Il giovanissimo regista afferma che, se potesse premere un pulsante magico per far sparire l’intelligenza artificiale, lo farebbe senza esitazione.Forse non è un caso, allora, che nelle Backrooms la realtà appaia sempre leggermente sbagliata. Gli ambienti ricordano il nostro mondo, ma qualcosa sfugge continuamente: le proporzioni sono alterate, gli spazi sono replicati con minime imperfezioni, gli oggetti sono familiari eppure inquietanti, come copie che hanno perduto l’originale. È inevitabile pensare alle immagini generate dall’intelligenza artificiale, capaci di riprodurre il reale con impressionante precisione, ma spesso tradite da dettagli impercettibili che ne rivelano la natura artificiale. Questa, naturalmente, è una mia personale lettura, ma penso che Parsons abbia trasformato le Backrooms proprio nella metafora di una realtà sintetica: un mondo che assomiglia al nostro senza esserlo davvero, una replica imperfetta che suscita quello spaesamento che gli psicologi chiamano con il termine di Sigmund Freud ‘das Unheimliche’, (das Heim, la casa; heimlich = familiare, domestico; unheimlich “non familiare” o “ciò che rende estraneo ciò che è familiare”). Freud riprendeva un'intuizione dello scrittore E.T.A. Hoffmann che definiva “il perturbante” quella particolare sensazione di angoscia che nasce non davanti a qualcosa di completamente sconosciuto, ma davanti a qualcosa di familiare che improvvisamente diventa estraneo. Parsons costruisce un universo che sembra una copia del nostro, ma una copia imperfetta. Ogni stanza è quasi giusta, ogni prospettiva quasi corretta, ogni dettaglio quasi reale. È proprio quel "quasi" a produrre l'angoscia. Le Backrooms sono il trionfo dell'Unheimliche: non ci spaventano perché sono diverse dal nostro mondo, ma perché gli assomigliano troppo. Come scriveva Freud, “L'angoscia non deriva dall'ignoto assoluto, ma dal ritorno di qualcosa che conosciamo e che, per qualche ragione, appare improvvisamente deformato.” Nel film, il quotidiano si svuota della sua funzione e rimane soltanto la sua inquietante carcassa. Colonna sonora Una menzione particolare merita anche la colonna sonora, fra gli elementi più riusciti del film. Le musiche sono state composte insieme a Edo Van Breemen con un contributo creativo diretto dello stesso Kane Parsons. Evitati i consueti crescendo orchestrali della suspense cinematografica, costruiscono invece un paesaggio sonoro elettronico, fatto di rumori ambientali e tessiture minimali. Il risultato amplifica il senso di smarrimento, facendo delle Backrooms uno spazio che sembra respirare. Non sorprende che Parsons, oltre a essere regista e autore degli effetti visivi, coltivi da anni anche un'intensa attività come musicista elettronico: la sua sensibilità sonora è parte integrante della sua idea di cinema. Conclusione critica Il film si conclude su una nota ambigua e il destino dei suoi protagonisti rimane non chiaro, non risolto. Non ci è possibile comprendere se la persona è ancora dentro il labirinto o se è ritornata nel mondo reale. E, questo è ciò che inquieta di più, non è chiaro se la cosa abbia importanza. In definitiva, Backrooms è un'opera che usa l'horror per interrogare la memoria, la depressione che è dissoluzione dell'identità. Ci troviamo davanti all'inizio della carriera di un autore destinato a lasciare un segno profondo nel cinema contemporaneo. A vent'anni Kane Parsons dimostra una padronanza dello spazio, del ritmo e dell’immagine rara per un esordiente: il suo labirinto non è soltanto un luogo da attraversare, ma uno stato della coscienza da cui è impossibile uscire immutati. Affinità con Spider di David Cronenberg (2002) con Ralph Fiennes
Spider non ci mette davanti a un assassino in senso classico, ma a una mente profondamente fratturata: il protagonista vive una realtà instabile, in cui i ricordi possono essere ricostruzioni difensive, allucinazioni o interpretazioni distorte del trauma. Proprio qui nasce il punto chiave: lo spettatore non ha mai accesso a una verità oggettiva pienamente affidabile.
Se lo colleghiamo a Backrooms di Kane Parsons, il parallelismo che mi è venuto in mente funziona soprattutto su un asse preciso: la crisi dell’affidabilità del reale.
In Backrooms, la realtà non è solo ambigua: è “scivolosa”. Non è chiaro dove finisca il mondo coerente e dove inizi quello liminale e lo spettatore è intrappolato in un sistema di indizi che non chiude mai il cerchio. In Spider, invece, la struttura è più psicologica: il mondo sembra coerente, ma potrebbe essere una costruzione mentale instabile.
Punti in comune tra questi due bellissimi film: in Spider, la mente del protagonista può deformare gli eventi fino a renderli incerti anche moralmente (colpa reale vs colpa percepita); in Backrooms, la percezione stessa dello spazio e delle regole del mondo si rompe, ma non sappiamo se è la mente del protagonista a averle deformate; in entrambi i casi, lo spettatore è costretto a vivere il film senza un punto di ancoraggio definitivo.
La impossibilità di determinare chiaramente la realtà è molto forte come connessione tra i due film. Spider, un horror psicologico, funziona come un sistema in cui la colpa, la memoria e la realtà sono continuamente rinegoziate dalla mente del protagonista.
Backrooms è più un horror “ambientale-esterno”, ma ci sono aspetti di inaffidabilità del reale e la mente psichiatricamente distorta del protagonista come nel film di Cronenberg.
I wonder Pictures, meritevole casa di distribuzione italiana
Va riconosciuto il merito di I Wonder Pictures, che ha avuto l'intelligenza e il coraggio di portare in Italia un'opera tanto anomala quanto affascinante, confermando ancora una volta la propria attenzione per il miglior cinema indipendente internazionale e per gli autori emergenti. Grazie alla casa di distribuzione bolognese, arrivano nelle sale italiane alcuni dei più interessanti film del panorama internazionale contemporaneo e film lontani dalle logiche del blockbuster riescono a trovare spazio.
Resta però un rammarico: Backrooms è arrivato nei cinema italiani esclusivamente doppiato. Un'opera costruita con tanta attenzione al suono, alle pause, alle inflessioni delle voci e al realismo quasi documentario avrebbe meritato di essere proposta anche in versione originale sottotitolata. Sarebbe stato il modo migliore per apprezzare il lavoro attoriale e la sottile tessitura sonora immaginata da Kane Parsons. Inoltre, nel doppiaggio si perdono sottili indizi del linguaggio, come nella conversazione con l'elettricista che si occupa del guasto nel negozio di mobili a cui Clark dice "We are wired that way." che pare alludere a una connessione strana con l'altra realtà.







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