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The Odyssey di Christopher Nolan (2026)

Writer: Planet Claire
Planet Claire
Aug 5
17 min read

Updated: Aug 27

2026© articolo di Clara Bruno - tutti i diritti riservati tempo di lettura: 17 minuti

The Odyssey, scritto e diretto da Christopher Nolan film visto il 15 luglio 2026 in prima proiezione europea dopo la première a Londra del 6 luglio al cinema Pathé Gare du Sud, Nice, France in versione originale americana durata: 2h52' The Odyssey, il crepuscolo dell'eroe

Con The Odyssey, Christopher Nolan, autore unico della sceneggiatura, dirige una storia che si distacca dal mitico cantore Omero e dal suo poema antichissimo di avventura, guerra, grandi eroi, divinità immanenti. Il regista londinese compie un'operazione radicale: svuota l'epica del suo entusiasmo bellicoso, la trasforma in una autoanalisi morale e diviene il cantore del rimorso di una civiltà al tramonto, la Bronze Age, tale era l'epoca di questi mitologici eventi, nel periodo della civiltà micenea, (Età del Bronzo è comunque una definizione che gli archeologi crearono soltanto nel XIX secolo). Il viaggio di Odysseus (Matt Damon, bravo e molto in parte) per Nolan non è tanto il ritorno verso Itaca, quanto il ritorno a se stesso, dopo che la guerra di Troia gli ha lasciato una ferita impossibile da rimarginare nella coscienza. In Omero Odysseus è il grande polytropos, l'uomo dalle molte astuzie, maestro del racconto e della dissimulazione. Qui l'eroe è connotato da una consapevolezza molto contemporanea. Zeus' Law (La Legge di Zeus): la Xenía

Uno dei temi più forti e, a mio avviso, politicamente radicali del film è quello della legge di Zeus sull'accoglienza, la xenía: il dovere sacro di accogliere lo straniero, il mendicante, che arriva da lontano perché è stato strappato alla propria casa dalla guerra, dalla povertà o da una catastrofe. In The Odyssey questa legge non è soltanto un riferimento alla cultura dell'antica Grecia: diventa il metro attraverso cui Nolan misura la civiltà. La violazione della legge di Zeus è il segno più evidente che quella civiltà sta tramontando disastrosamente. Non è casuale che Penelope torni più volte sulla Zeus' Law: l'ospitalità verso chi arriva vulnerabile e senza nulla è uno dei fondamenti dell'ordine umano e divino: quando viene calpestata si infrange una regola etica e un intero sistema di valori. Di fronte a un mondo che sembra aver dimenticato perfino il significato dell'ospitalità, la domanda di Odysseus-Matt Damon «What have we become?» (Che cosa siamo diventati) assume una valenza apertamente attuale. Non è soltanto Itaca a dover rispondere di ciò che è diventata: è tutto il (nostro) mondo. Anche la rappresentazione dei Sea Peoples, invasori che arrivano dal mare e travolgono la civiltà, acquista una risonanza contemporanea. Nolan rappresenta un mondo in cui la paura dell'altro -il rifugiato trasformato in minaccia, lo straniero considerato automaticamente un invasore- e la progressiva perdita di un'etica dell'accoglienza diventano i sintomi di una civiltà che si è smarrita.

The Odyssey esce dalla classicità e irrompe nel presente. Il film racconta un mito antico, con spettacolare magnificenza; al contempo costruisce una critica politica potentissima nella sua attualità, anche alla luce delle politiche dell’amministrazione Trump sull’immigrazione e sui confini. In un'epoca in cui il migrante viene sempre più spesso raccontato come una minaccia da respingere, Nolan recupera dall'antichità un principio opposto e radicale: la civiltà si misura dalla capacità di accogliere chi arriva vulnerabile, non dalla forza con cui riesce a tenerlo fuori. C'è poi un elemento ancora più profondo nella Legge di Zeus, chiarito da una sgomenta Penelope:  la xenía è un vincolo sacro, posto sotto la protezione di Zeus Xenios, "Zeus protettore degli ospiti e degli stranieri", il sommo capo di tutti gli dei che si assicurava che i viaggiatori, i supplicanti, gli ospiti nel bisogno ricevessero cibo, riparo, incolumità, sicurezza. Un vincolo che che lega reciprocamente chi accoglie e chi viene accolto. E soprattutto non presuppone che lo straniero debba prima dimostrare di essere degno dell'accoglienza. Lo si ospita proprio perché è straniero e in quanto tale vulnerabile. Nell'immaginario omerico esiste la possibilità che dietro il mendicante, il viandante o l'uomo povero apparentemente insignificante si nasconda addirittura una divinità: chi respinge lo straniero rischia dunque di respingere un dio. In verità, si tratta di un archetipo narrativo transculturale. È un'idea arcaica e universale, che ricorre, con infinite variazioni, nei miti, nelle favole, nelle leggende e nelle tradizioni popolari di ogni continente: il forestiero, il povero, il vecchio mendico o il viandante che bussa alla porta può essere in realtà una creatura soprannaturale venuta a mettere alla prova l'umanità di chi lo accoglie. Nell'archetipo ricorrente lungo la millenaria storia della narrazione orale e scritta dell’umanità, chi rifiuta lo straniero è moralmente condannato, in quanto indegno della civiltà, ma chi lo accoglie viene ricompensato, spesso in modo miracoloso e strabiliante! La violazione della xenía nel film assume il valore di un sintomo della decadenza della nostra civilità.

II tema fondamentale del racconto cinematografico di Nolan: l'eroe maschile, combattuto e tormentato dal rimorso, e il suo anelito alla pace

È impossibile non leggere questa Odissea come il naturale seguito spirituale di Oppenheimer. Là il grande scienziato era divorato dalla responsabilità di avere cambiato il destino dell'umanità con la bomba atomica; qui è il condottiero che comprende come la vittoria in guerra abbia un prezzo che nessun trionfo può compensare. Nolan continua a interrogare il medesimo tema che attraversa tutta la sua filmografia: uomini straordinari costretti a convivere con le conseguenze delle proprie scelte. Come già nel bellissimo Dunkirk (2017) e in Oppenheimer (2023), è chiaro che Nolan non ha alcuna fascinazione per la guerra. The Odyssey è un film marcatamente pacifista. La conquista di Troia non viene celebrata come un'apoteosi militare, ma come l'origine di una lunga catena di sofferenze che continuerà a perseguitare i vincitori quanto i vinti. Nelle bellissime immagini della città di Troia devastata e in fiamme è impossibile non cogliere un'eco delle tragedie del mondo contemporaneo. Le immagini di civili -donne, anziani, bambini- travolti dalla violenza, le città ridotte in macerie testimoniano in Nolan l'illusione che una guerra possa risolvere un conflitto e parlano tanto dell'antichità quanto, esplicitamente, del nostro presente. Nolan costruisce una riflessione universale sulla guerra come fallimento della civiltà, suggerendo che ogni vittoria militare contiene già il seme della successiva sconfitta morale. Nell'opera di questo autore è sempre stato così: grandiosi protagonisti maschili, tormentati dal peso delle proprie scelte e dalle conseguenze delle proprie azioni. Leonard Shelby in Memento, thriller psicologico del 2000, costruisce un'intera esistenza di menzogna per non affrontare la propria colpa. Angier e Borden, i due rivali di The Prestige, raro capolavoro vittoriano steampunk del 2006, sacrificano tutto sull'altare dell'ossessione. Bruce Wayne in The Dark Knight (2008) accetta di diventare il colpevole agli occhi di Gotham City pur di salvarla, spinto da The Joker dentro un estremo dilemma morale che lo costringerà a scelte estreme. Dom Cobb in Inception (2010), esperto ladro di pensieri che estrae informazioni dal subconscio delle vittime, è tormentato dal senso di colpa per la morte della moglie e si troverà in pericoli estremi per sfuggirvi. Joseph Cooper in Interstellar (2014) parte per un viaggio spaziale attraverso un wormhole per trovare una nuova casa per l'umanità, affrontando viaggi nel tempo e buchi neri per salvare i suoi figli, con un forte strazio e senso di colpa di averli abbandonati. Persino il protagonista di Tenet (2020) comprende di essere al tempo stesso pedina e artefice del destino di morte. The Odyssey porta questa riflessione al suo compimento.

Nolan rimane straordinario nel raccontare gli uomini. Pochi registi contemporanei sanno restituire con tanta precisione il conflitto tra ambizione, responsabilità e fallimento. Le donne in The Odyssey Meno incisiva continua a essere la costruzione dei personaggi femminili. Penelope, Calypso e la dea Athena finiscono per essere funzioni narrative del viaggio di Odysseus più che centri di gravità drammatica.  È una scelta che non nega la grandezza del film: Nolan è un regista formidabile nel penetrare le contraddizioni dei suoi grandi protagonisti maschili. E le sue figure femminili, pur interpretate da valide e talvolta grandi attrici, rimangono espresse in maniera meno completa.

L’Odissea di Omero è popolata da donne straordinariamente potenti. Ciascuna possiede una propria intelligenza, autorità e desiderio, che determinano il destino dell'eroe. Presenze fondamentali nel viaggio di Odysseus, lo attendono, lo mettono alla prova, lo proteggono, lo seducono, lo trattengono, lo sfidano, lo guidano, infine gli permettono di tornare. In un poema apparentemente costruito attorno al viaggio di un uomo, sono molte donne a possedere la sovranità sul suo tempo. Anne Hathaway è una Penelope dignitosa e dolente, che costruisce con intelligenza 'politica' la propria sopravvivenza.

Athena, affidata a Zendaya, è una presenza solo relativamente ieratica, più simbolica che psicologicamente sviluppata. Non convince infatti: spesso presente in scena ma sottoutilizzata. L'attrice possiede un carisma naturale, ma la regia lo ferma dentro una fissità quasi lapidea. La dea mantiene pressoché la stessa espressione lungo tutto il film, come se Nolan fosse interessato più all'idea simbolica della divinità che alla sua presenza scenica.

La ninfa Calypso (Charlize Theron) è sottratta alla tradizionale dimensione erotica; è una figura femminile che cerca di convincere Odysseus a fermarsi, a elaborare il proprio trauma, a rinunciare al ritorno. Nolan evita completamente il mito della ninfa seduttrice. La sua Calypso è una figura quasi terapeutica, pare una moderna counselor che tenta di convincere Odysseus a scavare nella memoria e a accettare il proprio trauma, più che a cedere al desiderio. Una lettura originale, anche se il personaggio a me è parso rimanere sospeso a metà strada tra una psicologa e una concorrente dell'Isola dei Famosi, senza trovare una sintesi drammatica. A mio avviso, Charlize inoltre non ha le physique du rôle. Molto brava Mia Goth che è Melantho, la infedele ancella di Penelope.

Circe (Samantha Morton) è stata profondamente modificata rispetto alla tradizione omerica. Nolan le sottrae deliberatamente la dimensione della maga pericolosa ammaliatrice per farne qualcosa di più ambiguo e complesso: è una figura legata alla metamorfosi, alla conoscenza magica e soprattutto alla crisi dell'eroe. Circe non è più una minaccia erotica, è una presenza che costringe ogni uomo a confrontarsi con la propria natura. Scelta coerente con il cinema di Nolan. Il capitolo a lei dedicato è visivamente e narrativamente molto bello.

E poi c'è Helen of Troy: la più bella. Nolan la affida alla attrice Lupita Nyong'o e la sua presenza sullo schermo possiede quella qualità quasi irreale che il mito richiede. Elena è la donna attorno alla quale l'intera catastrofe troiana viene organizzata, oggetto di desiderio e di contesa. È stato sorprendente, oltre che avvilente, assistere alle polemiche razziste che hanno accompagnato il casting: discussioni tanto sgradevoli quanto rivelatrici di quanto poco si sia compreso il senso stesso del mito. Helen non è un'identità razziale: è un archetipo di bellezza e il cinema ha sempre avuto il diritto di reinterpretare i volti con cui immagina la bellezza. La bellissima interprete scelta da Nolan possiede proprio quella qualità necessaria al personaggio: non una bellezza "fotografica", ma una presenza che rappresenta nei secoli il simbolo stesso della bellezza. La cicatrice sul viso di Helen è una delle aggiunte più originali e creative di Christopher Nolan: non esiste né nell'Odissea di Omero né nella tradizione mitologica classica. È una scelta puramente cinematografica.  In Nolan nessuno esce indenne dal conflitto: anche chi sopravvive porta sul corpo i segni del trauma. E' la colpa resa visibile. Molti personaggi del film portano il peso morale della guerra; la cicatrice trasforma la reputazione di Helen in qualcosa di concreto e impossibile da nascondere.  Questa scelta si inserisce in un tema ricorrente del cinema di Nolan: i protagonisti sono definiti dalle loro ferite. Come il marchio di Batman-Bruce Wayne in The Dark Knight Rises, anche il marchio di Helen racconta che il passato non può essere cancellato. Nel film non viene mai spiegato esplicitamente come Helen abbia riportato quella ferita, ma il dialogo lascia intendere.  Il marito Menelaus osserva con crudele sarcasmo che Helen è stata "il volto che lanciò mille navi... o forse ormai solo più cinquecento". Menelaus: "Perhaps you've heard of Helen? Face that launched a thousand ships." (mostra il volto di lei sfigurato da una cicatrice) "Maybe now just five hundred." La volgare battuta suggerisce che con la cicatrice la sua leggendaria bellezza sia stata deliberatamente 'dimezzata'. Nolan pare suggerire che Menelaus non l'abbia perdonata, come avviene invece in molte altre versioni del mito, e che Helen abbia dovuto subire violenza maschile 'punitiva' dopo la caduta di Troia. Il film lo lascia implicito. La bellezza mitizzata che gli uomini hanno trasformato in pretesto per combattere porta ora sul volto il marchio della loro violenza. La donna è stata vittima del maschilismo anche in questo: idealizzata e poi punita. La cicatrice è inoltre un simbolo narrativo, la materializzazione dell'idea che la guerra sfigura non soltanto i vinti. È la smentita visibile del mito stesso, il segno di una donna costretta a portare sul proprio corpo il prezzo di una guerra che non ha combattuto. C'è qui un rovesciamento profondamente nolaniano: Odysseus porta il trauma dentro di sé; lei lo porta sul corpo. Due forme diverse, ma ugualmente eloquenti, della stessa condanna. Nel cinema di Nolan i personaggi conservano il loro dolente passato incarnandolo. Anche Helen dice: "I'm sorry for Troy and for everything that has happened in my name." (Mi dispiace per Troia e per tutto quello che è accaduto in nome mio.) La Helen di Nolan è tre cose: consapevole, una vittima del potere maschile, una testimone dell'orrore della guerra.

Moltissimi gli altri pregevoli personaggi POLYPHEMUS: è una delle reinvenzioni più sorprendenti di Nolan. Esteticamente a me fa pensare a un gigantesco Gollum della trilogia di Peter Jackson The Lord of the Rings (2001-2003). Il mostro umanoide non è il brutale gigante dell'episodio omerico; è una creatura che incarna la dimensione più primitiva e arcaica della violenza: un essere enorme, animalesco, ma non privo di una propria tragica umanità. Nolan sembra interessato soprattutto al rapporto fra ferocia e vulnerabilità, fra la mostruosità e la responsabilità di chi decide di eluderlo e accecarlo. Anche l'episodio del Ciclope acquista una tonalità cupa: l'astuzia di Odysseus, ancora una volta, non è celebrata come intelligenza eroica, ma diventa un'altra delle dolorose azioni, la cui responsabilità il protagonista dovrà portare con sé nel viaggio del ritorno. L'AEDO: Bella la scelta di Travis Scott, celebre rapper, produttore, icona pop. I poemi omerici affondano le loro radici in una antichissima tradizione orale, prima di essere fissati per iscritto nella forma che conosciamo, in greco antico. Erano destinati alla recitazione e alla trasmissione orale, recitati davanti al pubblico. Il rapper americano diventa il ponte ideale tra oralità arcaica e cultura contemporanea, trasformando il mito in una narrazione ancora viva.

IL PORCARO EUMÆUS: John Leguizamo, (memorabile in Carlito's Way di Bryan De Palma), interpreta, con una potenza sorprendente, Eumæus, il fedele guardiano dei maiali. Completamente cieco, riconosce il proprio re senza poterlo vedere: la sua cecità è simbolica dell'affidarsi esclusivamente alla fedeltà.

SINON, IL SOLDATO GRECO: Magnifica la figura di Sinon, interpretata con autorevolezza e misura da Eliott Page, dal volto indimenticabile e perfetto per la parte. Sinon è il soldato greco che rimane davanti a Troia dopo la partenza apparentemente definitiva dell’esercito acheo. È lui a raccontare ai Troiani la storia costruita ad arte da Odysseus per convincerli a portare il cavallo dentro le mura: sostiene di essere stato abbandonato dai Greci e presenta il cavallo come un'offerta sacra ad Athena destinata a proteggere Troia. Per Nolan diventa l'emblema di una guerra vinta non soltanto con le armi, ma con la menzogna. La sua presenza è tanto più significativa in un film che, lungi dal celebrare l'astuzia militare come virtù eroica, guarda alla guerra attraverso le sue conseguenze morali. Sinon è l'altra faccia dell'eroismo di Odysseus: la vittoria ottenuta a un prezzo troppo grande da pagare. Odysseus in Omero (nel libro XI, Nekyia) scende nell'Ade per consultare l’ombra dell’indovino Tiresia e Sinon non è tra i morti che il protagonista incontra. In Nolan, la storia di Sinon è molto più complessa e viene raccontata a frammenti, attraverso flashback, fino alla scena dell'Ade. Nolan amplia enormemente il significato mitico di Sinon, trasformato in una figura che attraversa la soglia tra morti e vivi. Da bambino, Sinon è legato alla famiglia di Antinous. I due crescono conoscendo il loro re, che ha una particolare simpatia e stima per Sinon. Quando arriva il momento di reclutare uomini per la guerra contro Troia, viene effettuato un sorteggio. È Antinous a essere sorteggiato per partire. Ma Antinous è un vigliacco e non vuole andare a combattere. Convince Sinon a prendere il suo posto. Gli promette che, in cambio, la famiglia del ragazzo sarà mantenuta economicamente e suo padre sarà accudito. Sinon accetta. Odysseus si accorge dello scambio e lo permette. Ma Antinous non manterrà la promessa. La famiglia di Sinon verrà lasciata senza sostegno e finirà nella miseria. Sinon, guardando retrospettivamente la propria vita dall'Ade, sa di essere stato ingannato una prima volta da Antinous, quando era molto giovane: è proprio quell'inganno che lo ha mandato alla guerra e verso la morte. Più tardi, Odysseus lo ha ingannato per fare di lui lo strumento inconsapevole del Cavallo di Troia. E Sinon è morto due volte come vittima della parola e dell'inganno degli altri. La scena dell'Ade mette dunque in relazione i due tradimenti. Sinon chiede a Odysseus di riportare ad Antinous il pezzo di legno che era stato il pegno del sorteggio: quello che aveva segnato il destino di chi doveva partire per la guerra. Odysseus, tornato a Itaca sotto mentite spoglie, conserva il pegno e alla fine lo restituisce ad Antinous. È il modo con cui gli comunica, senza bisogno di parole, che Sinon non ha dimenticato il debito e il tradimento. L'uccisione di Antinous è anche la conclusione del debito contratto molti anni prima con Sinon, una intelligente invenzione di Nolan per il suo adattamento.

TELEMACHUS: Tom Holland è efficace nel raccontare il passaggio all'età adulta del figlio di Odysseus e Penelope. ANTINOUS: Robert Pattinson, inquietante, magnetico nei panni di Antinous, il più potente dei Pretendenti, Nolan ne fa l'antagonista per eccellenza: vile, manipolatore, iniquo. AGAMEMNON: Benny Safdie offre una delle interpretazioni maschili interessanti del film. Il suo Agamemnon, grande comandante acheo, è un uomo che porta addosso la durezza del potere e della guerra, una figura imponente e al tempo stesso inquieta, nella quale si intravede già la decomposizione morale dell'impresa troiana. Safdie, con quella fisicità nervosa e quasi febbrile che gli è propria, evita ogni monumentalità convenzionale e costruisce un Agamemnon umano, brutale e tormentato. Presenza breve ma memorabile, perfettamente in sintonia con l'idea nolaniana di un mondo eroico che si deteriora sotto la superficie della gloria.

Il cane Argus è un vero dog actor, un bellissimo esemplare di podengo portoghese. (La razza podenca è un raro cane da caccia originario della penisola iberica, purtroppo assai sfruttato e maltrattato. Fortunatamente si cominciano a vedere in giro esemplari rescue salvati e adottati). Il finale di Nolan Nel poema, Odysseus torna alla penisola di Itaca, ristabilisce l'ordine, massacra i Proci e riprende il proprio posto di re: il ritorno è una restaurazione. Nolan compie un rovesciamento. Dopo aver ritrovato Penelope, Odysseus comprende di non poter tornare a essere l'uomo che era prima della guerra. Lui e Penelope scelgono l'esilio e lasciano il regno al loro figlio Telemachus. È una conclusione dal significato politico. Odysseus rinuncia al potere perché ne ha finalmente compreso il prezzo. L'uomo che ha escogitato il cavallo di Troia, che ha vinto attraverso l'inganno e che ha contribuito alla distruzione di una civiltà non può più considerare il proprio ritorno come un diritto incontestabile. Il suo gesto finale è una forma di espiazione: non cerca di restaurare se stesso, ma di sottrarsi alla posizione di comando che lo aveva reso capace di tanta violenza. Nolan porta l'Odissea nel pensiero contemporaneo. La domanda che il regista sottolinea è se chi ha esercitato il potere attraverso la violenza abbia ancora il diritto di tornare a esercitarlo. La sua risposta è radicale: no! Il vero riscatto di Odysseus non consiste nel tornare re, ma nel rinunciare al trono. È una conclusione crepuscolare. Omero raccontava il ritorno dell'eroe e la restaurazione dell'ordine; Nolan invece racconta la fine dell'eroe come figura di potere. Telemachus rappresenta il futuro, mentre Odysseus e Penelope scelgono di farsi da parte. Direi una successione dinastica, ma anche una resa dei conti con l'idea stessa di eroismo: il mondo che ha prodotto Odysseus non può essere restaurato, perché egli ha compreso di essere parte del problema.

Il finale si salda con molto cinema del regista: ancora una volta Christopher Nolan racconta un uomo che, dopo aver compiuto qualcosa di enorme e irreversibile, non può più vivere dentro la propria vittoria. La grandezza dell'impresa non cancella la colpa; anzi, la rende più pesante. 

Così infine Odysseus riparte, lasciando la penisola di Itaca. Non verso un altro regno da conquistare, ma verso il Regno dei Morti, l'Ade, per cercare di rimediare alla mancata sepoltura di tanti dei suoi compagni morti sul campo di battaglia. L'eroe non cerca più la gloria, né il potere, né una nuova vittoria. Riparte portando nel cuore le vittime della guerra. Il suo ultimo viaggio è un atto di espiazione, un pellegrinaggio verso i morti. E in questa immagine finale The Odyssey definisce il viaggio di un uomo che ha messo in discussione una concezione del potere. Odysseus fa qualcosa che nella logica del potere appare quasi inconcepibile: rinuncia al regno e riconosce che il potere può diventare una colpa quando non è accompagnato dalla responsabilità per le sue conseguenze. È un'idea forte in un'epoca in cui il ritorno al potere viene spesso presentato come una rivendicazione personale, come il diritto di prendersi ciò che si considera proprio. Nolan suggerisce che la vera grandezza di un leader potrebbe consistere non nel riconquistare il potere, ma nel sapere quando rinunciarvi.

La fotografia

Sul piano visivo, Hoyte van Hoytema realizza una fotografia impressionante. La luce diventa materia narrativa: abbacinante durante gli episodi eroici, livida e spettrale nei momenti del ritorno.

I costumi I costumi rinunciano, ovviamente, al gusto illustrativo del peplum, genere hollywoodiano che tra gli Anni Quaranta e gli Anni Sessanta caratterizzò i kolossal epici, e che -incredibilmente- ha ancora oggi molti estimatori e proseliti, anche nelle produzioni televisive. Anacronistico, artificioso, propagandistico e chiaramente soggetto a "white-washing", (il genere Peplum affidava sistematicamente ruoli di eroi storici o mitologici, uomini e donne, mediorientali, egizi o romani a attori e attrici di etnia bianca americani o britannici, biondi e con gli occhi cerulei, marginalizzando le etnie differenti).

Nel film di Nolan si ricerca una concretezza quasi archeologica, fatta di tessuti consumati, metalli ossidati e segnati.

La Computer Generated Imagery Un altro aspetto assai pregevole di The Odyssey è la scelta di Nolan di privilegiare, ancora una volta, gli effetti realizzati fisicamente rispetto alla CGI. È una delle grandi forze del suo cinema: costruisce realmente ciò che la macchina da presa deve filmare, ricorrendo a scenografie, modellini, effetti meccanici e soluzioni artigianali che danno alle immagini una consistenza e una credibilità difficili da ottenere attraverso la sola elaborazione digitale. Nolan coltiva una sorta di segreto “home made” degli effetti speciali: dietro la spettacolarità delle immagini c'è spesso un'invenzione concreta, fisica, quasi artigianale, costruita appositamente per essere filmata. Il risultato è più realistico ma anche più cinematografico, perché gli attori possono interagire con oggetti e ambienti reali e la luce può reagire autenticamente alle superfici. È una scelta che appartiene alla stessa idea di Cinema perseguita dal regista: non creare l'illusione di una realtà, ma creare quella realtà davanti alla macchina da presa e poi filmarla. Durante le riprese a Favignana, isole Egadi, Sicilia, per raggiungere alcuni set, la troupe doveva lasciare il campo base e affrontare ogni giorno una camminata di circa trenta minuti e spesso gli attori erano ancora in costume e con i sandali ai piedi. Per le scene in mare, gli attori non fingono di remare, sono stati realmente istruiti a farlo, e Matt Damon ha imparato a manovrare i remi e a muoversi sulla barca. Nolan preferisce l'esperienza fisica alla sua simulazione digitale: il gesto diventa autentico perché autentica è la fatica che lo produce. Questo "realismo" nella finzione ha portato a un piccolo miracolo: durante le riprese sono apparsi dei delfini in mare, accanto alla barca, completamente per caso, e la macchina da presa è riuscita a catturarli: un momento che appartiene alla realtà e acquista forza cinematografica. Una delle immagini più incantevoli è arrivata senza essere stata né progettata, né tanto meno generata al computer. Il linguaggio parlato In The Odyssey, il londinese Christopher Nolan fa un'altra delle sue scelte coraggiose e molto personali: rompe la tradizione hollywoodiana di affidare ai personaggi dell’antichità i famosi eleganti, aulici accenti britannici, scegliendo invece una parlata americana contemporanea, persino per attori britannici come Tom Holland, Robert Pattinson e Samantha Morton! Una scelta deliberata: Nolan vuole un linguaggio molto informale, concreto, immediato e emotivamente diretto, evitando il tono arcaico e teatrale delle precedenti trasposizioni classiche e avvicinando così l’epica omerica allo spettatore contemporaneo. Non nascondo che, poiché sono profondamente innamorata del British English, a discapito dell'American English, questa scelta autoriale non mi ha entusiasmato: a tratti mi pareva di essere dentro un film sulla guerra in Vietnam degli Anni Ottanta. Ma riconosco che è una scelta attuale che funziona per il grande pubblico.

La musica Ludwig Göransson accompagna le immagini con una partitura che evita l'enfasi retorica, privilegiando una tensione costante e sommessa.

Nolan non ama le soluzioni convenzionali quando può inventare un linguaggio nuovo.

La colonna sonora del lungometraggio non è propriamente noise music, è un paesaggio sonoro ibrido, materico e sperimentale, che sta al confine con il sound design. La musica del film è raffinatissima e frutto di un lavoro pazzesco del compositore svedese Ludwig Göransson. Anche qui Nolan ha imposto una scelta radicale: niente orchestra. Una decisione quasi inaudita per un kolossal epico ambientato nell'antica Grecia, dove ci si aspetterebbe inevitabilmente una grande partitura sinfonica. Göransson ha dovuto quindi inventare un linguaggio sonoro completamente diverso, partendo dagli strumenti dell'antichità -l'aulos, la lira- e mescolandoli con metalli, percussioni, voci, suoni sintetici e materiali sonori quasi industriali, arrivando perfino a utilizzare 35 gong di bronzo.

Ne nasce una musica arcaica e contemporaneamente modernissima. Sentiamo vibrazioni metalliche, risonanze, colpi, stridori, frequenze profonde e una sorta di rumore primordiale che sembra provenire direttamente dalla materia del mondo omerico. Non è il suono rassicurante e celebrativo dell'epica hollywoodiana: è qualcosa di fisico, inquieto, astratto. 

Nolan ha rinunciato all'orchestra in un film che, per definizione, sembrava reclamarla. La motivazione è anche filologica: l'orchestra, naturalmente, non esisteva nell'epoca rappresentata, ma la scelta diventa soprattutto una dichiarazione estetica. Invece di rivestire l'antichità con un linguaggio musicale convenzionale, Nolan e Göransson cercano di immaginare una materia sonora per quel mondo e, attraverso di essa, costruiscono qualcosa che non abbiamo mai sentito prima. La canzone dei titoli di coda, iper-contemporanea, è firmata dallo stesso Ludwig Göransson in collaborazione con Nolan stesso come co-autore, con le voci del già citato rapper Travis Scott e del superlativo musicista londinese James Blake. Clicca qui per ascoltarla e vedere il video: When I'm Home.

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The Odyssey è un film di straordinario intrattenimento visivo e di alto valore estetico, tanto più per i relativamente pochi fortunati che possono assistere alla proiezione in una sala IMAX 70mm.; in tutto il mondo soltanto 41 sale, nessuna in Italia. Ma è anche autentico food for thought che offre moltissimo su cui riflettere. È al tempo stesso un'opera profondamente malinconica e sublime.

Nessuno, neanche un eroe, torna uguale a come era partito. E, come da molti anni il cinema del grande regista britannico rappresenta, la vittoria coincide sempre con una perdita irreparabile.


L'Odysseus di Matt Demon
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Circe in una grande prova di Samantha Morton
Circe in una grande prova di Samantha Morton

Lupita Nyong'o, la bellissima Elena di Troia
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il cantore è il celebre rapper Travis Scott
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Mia Goth è Melantho, l'ancella traditrice di Penelope
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Elliott Page è il soldato Sinon
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Robert Pattinson è Antinous, a capo dei Pretendenti
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John Leguizamo è il porcaro Eumaeus
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il regista Christopher Nolan
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