The Devil Wears Prada 2, quasi-divertente ritorno in una chiave disneyana melensa
- Planet Claire
- May 2
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Updated: May 4
visto a Torino in v.o. al cinema Ideal il 01/05/2026 2026 © articolo di Clara Bruno. Tutti i diritti riservati tempo di lettura: 4' durata: 1h59' Sottolineo con piacere la sala affollata a un film in lingua originale. Persino il pubblico italiano, checché ne dicano i distributori e gli esercenti, sa che vedere i film tradotti significa perdere il film originale.
Siamo di fronte a un sequel abbastanza godibile, leggero e ben confezionato. Il film non sorprende, ma riesce a intrattenere grazie al carisma del suo cast e a un universo narrativo -quello del lusso contemporaneo- che esercita una forte fascinazione sul pubblico. Nel complesso, sullo stile di questo seguito pesa l’impronta "morale" dell'attuale produttore, la Disney, che nel frattempo ha acquisito la 20th Century Fox, produttrice del primo film.
A vent’anni dal successo del primo film, firmato dallo stesso regista e dalla stessa sceneggiatrice nel 2006, The Devil Wears Prada 2 (Il diavolo veste Prada 2) porta nuovamente sullo schermo il mondo iconico, spietato e scintillante dell’editoria della Moda. Il tempo è passato, l’industria si è trasformata sotto la pressione del digitale e dei nuovi codici culturali, ma lo stile, e soprattutto il potere, di Miranda Priestly sembrano rimasti intatti.
La storia è pensata sulla reale editor in chief di Vogue America, Anna Wintour, direttrice artistica della prestigiosissima rivista per quasi quarant'anni, una donna dallo stile di comando carismatico, autocratico, diretto, in un'epoca in cui l'ossessione era per i ritmi di lavoro estremi e il glamour. Su questa icona, la sua ex-assistente personale Lauren Weisberger scrisse un romanzetto, nel 2003, dal medesimo eccellente titolo, dal quale fu tratto il primo film.
Il romanzo, dalla prosa debole, fu ampiamente superato per intensità drammatica dal primo ottimo film.
Il sequel riprende le fila della storia di Andrea 'Andy' Sachs (Anne Hathaway), che in questo secondo film è molto protagonista, (immeritatamente più della fantastica Meryl Streep).
L'editoria della carta stampata è in crisi finanziaria e Andy, dopo una carriera giornalistica solida e prestigiosa, si ritrova improvvisamente licenziata, con un sms. In cerca di lavoro, ritorna alla rivista Runway, guidata dalla scostante editor in chief Miranda (la grandiosa Meryl Streep, appunto). Si riaprono le vecchie dinamiche in un contesto tuttavia profondamente mutato. Le regole del gioco sono ridisegnate da budget di molto ridotti, dall'attenzione all’etica e da un sistema mediatico dominato non più dalla patinata carta stampata ma dai clic sui social media.
La commedia non è riuscita come la prima, ma gioca con intelligenza sul contrasto tra vecchio e nuovo. I due personaggi principali sono meravigliosi e mirabilmente interpretati, come già allora: Miranda, icona di un’élite ormai in discussione, è costretta ad adattarsi, almeno in superficie, ai temi della contemporaneità, dalla body positivity all'inclusività linguistica. Divertenti le scene in cui il linguaggio viene rettificato perché "non è più permesso dire" certe parole: l'attuale assistente personale della direttrice è costretta continuamente a censurare gli epiteti critici, spassosi, che Miranda pronuncia nelle riunioni. La migliore di queste scenette è quando Miranda, in riunione collegiale, si rivolge a un videomaker che stava presentando il suo filmato chiedendogli se fosse presente quando il video è stato fatto (!!), data la pessima qualità del lavoro, aggiungendo che le modelle sembravano "capre al pascolo nel parcheggio di un centro recupero tossicodipendenti nel periferico New Jersey"... "And you were there when these images were taken. And the models were encouraged to mill around like starving goats in the parking lot of a methadone clinic in New Jersey." Questo uno dei pochi momenti in cui la famosa -divertente- perfidia glaciale della editor-in-chief emerge. Dov'è finita la caustica Miranda Priestly che conoscevamo?
Accanto a Miranda, il suo talentuoso 'secondo', Nigel (interpretato sempre da un magnifico Stanley Tucci) resta una presenza solida, protettiva, familiare, un deus-ex-machina cui si deve molto del successo della rivista Runway.
Nuovi personaggi secondari introducono tensioni generazionali e culturali, ma non sono affatto sviluppati.
La melensa sottotrama sentimentale di Andy è un riempitivo che rallenta il ritmo narrativo: ho letto una battuta divertente su un quotidiano britannico a proposito del fidanzato di Andy (un ricco agente immobiliare australiano di nome Peter, interpretato da Patrick Brammall), che il cronista ironicamente definiva "fondamentale come un accessorio beige".
Emily Blunt si ripresenta nei panni di Emily, ex-assistente di Miranda e ora figura di potere nel sistema moda, a capo della Maison Dior di New York City. Il suo personaggio crudamente arrivista offre qualche battuta e una lucida presenza cinica. Poco credibile, ma molto disneyano, il finalino in cui la sua infinita perfidia le viene perdonata.
La regia di David Frankel e la sceneggiatura di Aline Brosh McKenna puntano sulla struttura conosciuta, riproponendo momenti iconici del primo film in chiave aggiornata: dalle conversazioni con Nigel alle missioni impossibili nel backstage del potere editoriale, fino ai viaggi nel centro dell'Alta Moda internazionale, ove questa volta campeggiano Milano e l'inevitabile appendice di Lake Como, con sfilate piene zeppe di stilisti e celebri modelle del mondo reale, che si intravedono qua e là, come prestigiose ma vuote comparse, minimamente incisive, (tra questi, una breve scenetta, molto banale, con Donatella Versace), e un dinner prestigioso allestito nella sala dell'Ultima Cena di Leonardo da Vinci, nel refettorio dell'antico convento domenicano di Santa Maria delle Grazie. L’operazione è nostalgica, compiace i fan ma senza reinventare la formula. Il primo film era molto più pungente e indovinato: il cinismo e l'arrivismo spietato di allora sono ora sfumati in un buonismo non plausibile, coronato addirittura da un disneyano 'E vissero tutti felici e contenti'.
Piacevole comunque vedere in questa seconda commedia del Diavolo Veste Prada tante figure maschili (colleghi, fidanzati) che incarnano il modello del vero gentleman: sempre rispettosi nei momenti delicati delle loro partner, premurosi e attenti ai bisogni di riflessione e autonomia femminile e anche ai momentanei capricci. E anche le occasionali crisi di coppia si affrontano con garbo e si risolvono in poche parole e con un sorriso: «Non siamo perfetti; stiamo insieme anche per accogliere e condividere le nostre imperfezioni». Il mondo à la Disney ha i suoi lati positivi.
E così, anche la satira "diabolica" del feroce mondo della Moda è ora edulcorata.





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