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Seeyousound music film festival porta al cinema The Final Act su David Bowie in anteprima

  • Writer: Planet Claire
    Planet Claire
  • Mar 10
  • 7 min read

Updated: Apr 14

David Bowie: The Final Act durata 1h30' regia: Jonathan Stiasny film visto in anteprima al Seeyousound Film Festival 12° edizione 8 marzo 2026 2026 © articolo di Clara Bruno. Tutti i diritti riservati. Il film, proiettato l'8 marzo 2026 come film di chiusura dell'international music film festival SeeYouSound, e replicato a grande richiesta la sera seguente, uscirà prossimamente nelle sale. A Seeyousound va il merito di aver ospitato la prima proiezione del film fuori dal Regno Unito. Il film documentario è un lavoro interessante che ci ricorda come Bowie sia riuscito a compiere un gesto artistico definitivo poco prima di morire: la creazione e pubblicazione del suo ultimo album Blackstar.

La carriera di Bowie, in primis grandissimo songwriter in tutti i vari generi musicali da lui esperiti e rivisitati, è costellata di dischi straordinari e attraversata da progetti sempre differenti, in un incessante trasformismo artistico. Il documentario The Final Act di Jonathan Stiasny cerca di raccontare la figura dell’artista, sottolineando quanto Bowie si discostò costantemente da ciò che critica e pubblico si aspettavano da lui.

La conclusione della storia umana e artistica di Bowie è degna di un genio musicale assoluto. L’8 gennaio 2016 pubblica Blackstar, un album registrato sapendo che non avrebbe avuto il tempo di farne un altro. Due giorni dopo, il 10 gennaio, mentre tutti iniziano a riconoscere nel disco una delle espressioni più raffinate e intime della sua arte, Bowie muore. Bowie ha avuto il clamoroso coraggio di trasformare la propria morte in un ultimo gesto creativo. Il film presenta Blackstar come il capitolo conclusivo capace di dare senso all’intero percorso dell’artista.


Per sostenere questa tesi, tuttavia, The Final Act si concede alcune libertà narrative. Come spesso accade nelle biografie cinematografiche, la carriera di Bowie viene piegata a una forma molto più lineare di quanto non sia stata in realtà. Il film si sofferma su alcuni momenti della sua cronologia e ne ignora molti altri, anche molto importanti, quali ad esempio Aladdin Sane (1973), Diamond Dog, (1974) Station to Station (1976) e l’intera trilogia berlinese,  Low (1977), Heroes (1977) e Lodger (1979). Il regista privilegia episodi che rafforzano l’idea, che non condivido, di un percorso accidentato culminato in una ideale riconciliazione finale. È una selezione discutibile da parte di Stiasny, ma il tentativo è quello di trovare una prospettiva nuova su Bowie e di restituircene l’umanità e la fragilità.

In questa lettura, Blackstar diventa il punto di arrivo di un lungo processo di "redenzione".

Il racconto parte soltanto dal 1983, quando Bowie raggiunge un livello di fama mainstream con l'album Let’s Dance che lui stesso fatica ad accettare. In un’intervista dice: "I didn’t want whatever it was I’d earned for myself with the success of Let’s Dance," (Non volevo qualunque cosa fosse ciò che avevo ottenuto con il successo di Let’s Dance.) La tensione tra successo commerciale e ricerca artistica attraverserà tutta la sua carriera. Un momento "imbarazzante" mostrato nel film è la pubblicità della Pepsi Cola girata con Tina Turner: diventa nel film un simbolo di quella crisi contro la commercializzazione della sua persona e della sua arte, anche se nella realtà cronologica lo spot Pepsi arriva più tardi di quanto la narrazione lasci intendere, nel 1987.


Un progetto radicale di David Bowie è Tin Machine, una rock band che formò nel 1988, con una sezione ritmica ragguardevole (la stessa dei primi due album di Todd Rundgren). Molte biografie liquidano rapidamente quell’esperienza, ma Tin Machine era un buon progetto rock e lo scopo di Bowie, oltre a quello di fare del rock, era di non emergere, non giganteggiare sugli altri ottimi musicisti della sua band. Questo comportamento è anche frutto del rispetto e dell'ascolto che Bowie dedicava ai musicisti che si sceglieva di volta in volta. Il film mette Tin Machine al centro della propria tesi, tentando di scavare nelle intenzioni artistiche del progetto. Il chitarrista Reeves Gabrels difende lo spirito della band, nata dal desiderio di Bowie di rigenerare le sue energie e abbandonare il ruolo di superstar.

Ma la band deluse il pubblico che voleva che David Bowie "facesse David Bowie": la critica fu brutale, impietosa sulla "banalità del prodotto". Il film racconta, tra vari aneddoti poco edificanti, anche l'apparizione televisiva della band nel 1991 al talk show BBC del Il conduttore irlandese Terry Wogan, girato a Dublin. David Bowie davanti alle telecamere agiva come un qualsiasi band member, senza prendere la parola come leader della band né emergere in alcun modo, indossando un improbabile abito completo dal colore verde mela squillante, invitando gli altri musicisti a parlare in vece sua. Il conduttore, introducendo l'esibizione dei Tin Machine, fece una battuta "Keep an eye on their promising young vocalist" ironizzando sulla ventennale -a quel tempo- strabiliante precedente carriera solista di David Bowie. Dopo l'esecuzione (in playback) della canzone We belong in rock'n'roll, li approccia con una domanda educatamente ma ferocemente insinuante: "What are you trying to do? (Che cosa state cercando di fare?)" Ma Bowie sa benissimo che cosa sta facendo: continuerà a esplorare la musica, proseguendo a dedicarsi a molti altri generi, inclusi rave culture, elettronica e drum’n’bass.

Il documentario insiste su queste fasi definendole "incerte", per quanto rispecchiassero la precisa volontà di ricerca musicale di Bowie. Ogni tanto il film ritorna agli anni d’oro: racconta la decisione di David Bowie di mettere una fine improvvisa al grandioso personaggio di Ziggy Stardust nel 1973 e la svolta soul con Young Americans nel 1975. Ne emerge il ritratto di un artista che deliberatamente distrusse ogni cosa magnifica che aveva creato e ogni identità di successo, per andare oltre, ricominciare da capo e diventare, ancora una volta, qualcun altro.


Il doc non sottolinea quello che ammiriamo di Bowie: il genio visionario, capace di anticipare i tempi: come molti grandi artisti, Bowie possedeva una straordinaria sensibilità per il nuovo, una antenna capace di captare ciò che stava per accadere. Fu anche un abilissimo osservatore della cultura pop, pronto a catturare ciò che c'era di meglio nel panorama dei musicisti intorno a lui. Il documentario raccoglie conversazioni dai molti che collaborarono con Bowie: il grande produttore americano Tony Visconti, che curò anche la raffinata trilogia di un Bowie introspettivo Hours, Heathen, Reality; il tastierista degli Yes Rick Wakeman, responsabile di fondamentali contributi pianistici a canzoni come Changes e Space Oddity; Moby; il romanziere Hanif Kureishi (sceneggiatore di My Beautiful Laundrette, 1985 e autore del romanzo The Buddha of Suburbia, 1990); e molti altri. Alcuni intervistati raccontano con sincerità, ma completamente senza rancore, la tendenza di Bowie a instaurare legami affettivamente profondi con artisti e collaboratori per poi abbandonarli una volta assimilato ciò che artisticamente cercava in quel momento. Un altro aspetto sul quale il doc soprassiede è che Bowie si è sempre circondato da grandissimi musicisti permettendo loro di esprimere esattamente ciò che erano e di tirare fuori liberamente tutto il loro talento, che Bowie aveva completamente compreso e ammirato: si pensi a Robert Fripp, il cui particolare stile di chitarra si può ascoltare perfettamente in Scary Monsters; si pensi a Gail Ann Dorsey, la sua ultima meravigliosa bassista. Il regista Stiasny sostiene che, con il passare del tempo, questo incessante nomadismo creativo finisce per creare una distanza tra Bowie e il suo pubblico. Il film sottolinea la "riconciliazione" che avvenne simbolicamente al Glastonbury Festival del 2000, quando l’artista, invece di presentarsi con sperimentazioni jazz-rock come molti temevano, offre una versione essenziale e toccante di Life on Mars.  In quel bellissimo momento Bowie sembra a suo agio con il proprio ruolo di grande classico vivente, custode di un repertorio straordinario. (Il film insiste forse un po’ troppo sui diversi amici e collaboratori sono lungamente inquadrati  in una scena, mentre riguardano commossi il filmato su un iPad.)

Il regista sottolinea molto questa idea che Bowie abbia trascorso la sua intera esistenza artistica in un percorso di riconciliazione con se stesso, conclusosi definitivamente con Blackstar.

Non sono d’accordo con questa tesi. Ogni nuova veste di David Bowie è stata piuttosto il risultato di una continua esplorazione: cercare, intuire, cogliere e immaginare una possibilità diversa, per poi darle forma e incarnarla. La sua carriera è un’incessante apertura al possibile.

Altra cosa che il documentario non racconta è che David Bowie era un amante del sassofono: prese lezioni dal sassofonista baritono Ronnie Ross, che si può ascoltare in Transformer di Lou Reed, (e nella celeberrima Walk On The Wild Side), album prodotto dallo stesso Bowie e prodotto e arrangiato dal grande Mick Ronson, già chitarrista di The Spiders from Mars. Per questo suo amore per il sassofono, Bowie scelse per Blackstar, il suo atto finale, uno dei più bravi sassofonisti di ultima generazione, il sassofonista jazz americano Donny McCaslin, che vi suonò con il suo quartetto rendendo l'album finale una raffinata opera di jazz-rock fusion.

Il film si conclude in maniera molto commovente. Il disco finale Blackstar (accompagnato da un video voluto da Bowie in cui descrive la propria malattia e morte, che io trovo molto disturbante e angosciante) è un messaggio di fragilità letteralmente estrema. È molto emozionante, proveniente dal limite del Cielo o forse da un angosciante buco nero nel Cielo.

Le testimonianze dei grandi musicisti, jazzisti newyorkesi di altissimo livello, che vi lavorarono con tanta dedizione, il già citato Donny McCaslin al sax, Jason Lindner alle tastiere, Tim Lefebvre al basso, Mark Guiliana alle percussioni e Ben Monder alla chitarra, rendono ancora più evidente quanto il gesto artistico di Bowie sia stato consapevole e deliberato.


A dieci anni dalla sua morte, la perdita di David Bowie, al termine di una dolorosa battaglia di diciotto mesi contro il cancro al fegato, continua a farsi sentire. The Final Act vuole avvicinarci un po’ di più all’uomo dietro al mito. Il regista Stiasny realizza dunque una sorta di affezionato requiem per David Bowie, con ammirazione per la sua arte e assoluto rispetto per la sua vita privata. È un film che parla comunque troppo poco della musica di questo grandissimo musicista. Per ricordarci il portato della sua immensa creatività, ricordo qui la discografia completa in studio di David Bowie:

  • David Bowie (1967)

  • Space Oddity (1969)

  • The Man Who Sold the World (1970)

  • Hunky Dory (1971)

  • The Rise and Fall of Ziggy Stardust and the Spiders from Mars (1972)

  • Aladdin Sane (1973)

  • Pin Ups (1973)

  • Diamond Dogs (1974)

  • Young Americans (1975)

  • Station to Station (1976)

  • Low (1977)

  • Heroes (1977)

  • Lodger (1979)

  • Scary Monsters (and Super Creeps) (1980)

  • Let's Dance (1983)

  • Tonight (1984)

  • Never Let Me Down (1987)

  • Black Tie White Noise (1993)

  • The Buddha of Suburbia (1993)

  • Outside (1995)

  • Earthling (1997)

  • Hours (1999)

  • Heathen (2002)

  • Reality (2003)

  • The Next Day (2013)

  • Blackstar (2016)



la copertina dell'ultimo album pubblicato da Bowie, Black Star (2016)
la copertina dell'ultimo album pubblicato da Bowie, Black Star (2016)





 
 
 

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