Seeyousound music film festival porta al cinema The Final Act, su David Bowie in anteprima.
- Planet Claire
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Updated: 4 days ago
David Bowie: The Final Act
durata 1h30'
regia: Jonathan Stiasny
film visto in anteprima al Seeyousound Film Festival 12° edizione
8 marzo 2026
articolo di Clara Bruno
@tutti i diritti riservati
Il film, proiettato l'8 marzo 2026 come film di chiusura dell'international music film festival, e replicato -a grande richiesta- il giorno seguente, uscirà prossimamente nelle sale. E' un lavoro interessante e godibile, che ha il merito di non essere un racconto apologetico sul grandissimo musicista.
A Seeyousound va il merito di aver ospitato la prima proiezione del film fuori dal Regno Unito.
Pubblicato due giorni prima della sua morte, l’ultimo album di David Bowie, Blackstar, ha assunto il valore di un gesto artistico definitivo: un colpo da maestro in odore di redenzione.
La carriera di Bowie, costellata di dischi straordinari, è stata anche attraversata da fallimenti e momenti di smarrimento. Il documentario The Final Act di Jonathan Stiasny parte proprio da questa consapevolezza e sceglie una narrazione non apologetica: non vuole levigare la figura dell’artista, ma attraversarne anche le zone più scomode.
La conclusione della storia di Bowie è mitologica. L’8 gennaio 2016 pubblica Blackstar, un album registrato sapendo che non avrebbe avuto il tempo di farne un altro. Due giorni dopo, il 10 gennaio, mentre pubblico e critica iniziano a riconoscere nel disco una delle espressioni più raffinate e intime della sua arte, Bowie muore. Bowie ha avuto il clamoroso coraggio di trasformare la propria morte in un ultimo gesto creativo. Il film presenta Blackstar come il capitolo conclusivo capace di dare senso all’intero percorso dell’artista.
Per sostenere questa tesi, tuttavia, The Final Act si concede alcune libertà narrative. Come spesso accade nelle biografie cinematografiche, la carriera di Bowie viene piegata a una forma più lineare di quanto non sia stata in realtà. Il film si sofferma su alcuni momenti della sua cronologia e ne ignora altri, anche molto importanti, quali Aladdin Sane, Diamond Dog, Station to Station e l’intera trilogia berlinese, privilegiando episodi che rafforzano l’idea di un percorso accidentato culminato nella riconciliazione finale. È una selezione discutibile, ma il tentativo è quello di trovare una prospettiva nuova su Bowie e di restituirne l’umanità e la fragilità.
In questa lettura, Blackstar diventa il punto di arrivo di un lungo processo di redenzione, necessario dopo gli smarrimenti degli anni Ottanta e Novanta.
Il racconto parte dal 1983, quando Bowie raggiunge un livello di fama mainstream con Let’s Dance che lui stesso fatica ad accettare. In un’intervista dice: "I didn’t want whatever it was I’d earned for myself with the success of Let’s Dance," (Non volevo qualunque cosa fosse quella che avevo ottenuto con il successo di Let’s Dance.) La tensione tra successo commerciale e ricerca artistica attraversa tutta la sua carriera. Un momento imbarazzante è la pubblicità della Pepsi Cola girata con Tina Turner nel 1987: diventa nel film un simbolo di quella crisi, anche se cronologicamente arriva più tardi di quanto la narrazione lasci intendere.
La reazione più radicale di Bowie è rappresentata da Tin Machine, una rock band che formò nel 1988. Molte biografie liquidano rapidamente quell’esperienza, ma The Final Act la mette al centro della propria tesi, scavando nelle intenzioni artistiche del progetto. Il chitarrista Reeves Gabrels prova a difendere lo spirito della band, nata dal desiderio di Bowie di rigenerare le sue energie e abbandonare il ruolo di superstar.
La band deluse il pubblico che voleva che David Bowie "facesse David Bowie"; la critica fu brutale, impietosa sulla banalità del 'prodotto'. Il film racconta, tra vari aneddoti poco edificanti, anche l'apparizione televisiva della band nel 1991 al talk show BBC del Il conduttore irlandese Terry Wogan, girato a Dublin. David Bowie davanti alle telecamere agiva come un qualsiasi band member, senza prendere la parola come leader della band o emergere in alcun modo, indossando un improbabile abito completo verde mela squillante, invitando gli altri musicisti a parlare in vece sua. Il conduttore, introducendo l'esibizione dei Tin Machine, fece una battuta "Keep an eye on their promising young vocalist" ironizzando sulla ventennale -a quel tempo- strabiliante precedente carriera solista di David Bowie. Dopo l'esecuzione (in playback) della canzone We belong in rock'n'roll, li fulmina con una domanda tanto educata quanto devastante: "What are you trying to do? (Che cosa state cercando di fare?)" Una domanda a cui, in effetti, Bowie continuerà a cercare una risposta che prima di tutto soddisfacesse lui stesso, attraversando in seguito rave culture, elettronica e drum’n’bass. Va detto che nei Tin Machine la sezione ritmica era la stessa dei primi due album del grande musicista americano Todd Rundgren: Tin Machine non fu un progetto così scadente e deteriore come volle stigmatizzarlo la critica. Gli album erano buoni. Il punto è che non bisognava cercarci dentro David Bowie come lo avevamo conosciuto fino a quel momento.
Il documentario alterna queste fasi più incerte con brevi ritorni agli anni d’oro: la decisione di David Bowie di mettere una fine improvvisa al grandioso personaggio di Ziggy Stardust nel 1973 e la svolta soul con Young Americans nel 1975. Ne emerge il ritratto di un artista che deliberatamente distrusse ogni cosa magnifica che aveva creato, e ogni identità di successo, per andare oltre, ricominciare da capo e diventare, ancora una volta, qualcun altro.
Il film suggerisce anche una riflessione: Bowie è stato un genio visionario, capace di anticipare i tempi, o piuttosto un abilissimo osservatore della cultura pop, pronto a catturare ciò che era nuovo per poi spostarsi altrove?
Per quanto mi riguarda, non ho dubbi: Bowie era un genio visionario. Come molti grandi artisti, possedeva una straordinaria sensibilità per il nuovo, una antenna capace di captare ciò che stava per accadere.
Belli i discorsi che il documentario raccoglie dai molti che collaborarono con Bowie: il grande produttore americano Tony Visconti; il tastierista degli Yes Rick Wakeman, responsabile di fondamentali contributi pianistici a canzoni come Changes, Space Oddity; Moby; il romanziere Hanif Kureishi (sceneggiatore di My Beautiful Laundrette, 1985 e autore del romanzo The Buddha of Suburbia, 1990); e molti altri.
Alcuni intervistati raccontano con sincerità, ma completamente senza rancore, la tendenza di Bowie a instaurare legami affettivamente profondi con artisti e collaboratori per poi abbandonarli una volta assimilato ciò che artisticamente gli serviva.
Col passare del tempo questo incessante nomadismo creativo finisce per creare una distanza tra Bowie e il suo pubblico. La riconciliazione avviene simbolicamente al Glastonbury Festival del 2000, quando l’artista, invece di perdersi in sperimentazioni jazz-rock come molti temevano, offre una versione essenziale e toccante di Life on Mars. In quel bellissimo momento Bowie sembra finalmente a suo agio con il proprio ruolo di grande classico vivente, custode di un repertorio straordinario. (Il film insiste forse un po’ troppo su quel concerto meraviglioso: diversi amici e collaboratori sono inquadrati mentre riguardano il filmato su un iPad e si commuovono. Ma lo fa con evidenti affetto e ammirazione.)
Il regista sottolinea molto questa idea che Bowie abbia trascorso la sua intera esistenza artistica in un percorso di riconciliazione con se stesso, conclusosi definitivamente con Blackstar.
Non sono così d’accordo con questa tesi. Ogni nuova veste di David Bowie è piuttosto il risultato di una continua esplorazione: cercare, intuire, cogliere e immaginare una possibilità diversa, per poi darle forma e incarnarla. La sua carriera è un’incessante apertura al possibile.
Dopo un infarto cui sopravvive, i dischi successivi sono più sporadici, diventano lavori intimi e riflessivi, meno legati alle tendenze.
Il film si conclude in maniera molto commovente. Il disco finale Blackstar (accompagnato da un video che io trovo molto disturbante e angosciante) è un messaggio di fragilità letteralmente estrema e in qualche modo di sfida. È molto emozionante, proveniente dal limite del Cielo o forse da un angosciante buco nel Cielo.
Le testimonianze dei grandi musicisti, jazzisti newyorkesi di altissimo livello, che vi lavorarono con tanta dedizione, rendono ancora più evidente quanto il gesto artistico sia stato consapevole e deliberato.
A dieci anni dalla sua morte, la perdita di David Bowie, al termine di una dolorosa battaglia di diciotto mesi contro il cancro al fegato, continua a farsi sentire. Ma The Final Act vuole avvicinarci un po’ di più all’uomo dietro al mito.
Il regista Stiasny realizza dunque una sorta di affezionato requiem per David Bowie, pieno di profonda ammirazione per la sua arte e di assoluto rispetto per la sua vita privata.
Per tutti questi motivi, è un film da vedere!




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