Il Festival Jordi Savall, una gemma catalana
- Planet Claire
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bozza da correggere Il Festival Jordi Savall è giunto quest'anno alla 6° edizione.
Manifestazione di grande prestigio, una gemma incastonata nel cuore della cultura catalana, il festival è ideato e seguito da vicino dal Maestro Jordi Savall, insigne musicologo, direttore d'orchestra, studioso della viola da gamba, cultore e ricercatore della musica antica.
Quest'anno il festival si è svolto dal 10 al 16 agosto, incentrandosi sull'evento della eclisse solare totale, che in quelle terre ha avuto una visibilità notevole.
Abituale epicentro del festival è il monumentale mirabile complesso del Monastero delle Sante Croci.
In lingua catalana Reial Monestir de Santa Maria de Santes Creus, si trova nei pressi di Aiguamúrcia (Tarragona), nel bellissimo entroterra della Catalunya.
Il monastero è un luogo di fascino assoluto. Fondato dai monaci cistercensi nel 1158, ci offre un meraviglioso spaccato dell’architettura del tempo romanico e gotico spagnolo e dell’influenza dei monaci sul territorio. Vi è nella regione una ruta, una strada di antichi monasteri, uno dei tanti cammini votivi che ancora oggi suggestionano la ricerca contemporanea di sfide spirituali.
Il Reial Monasterio de Santes Creus è il più antico e l’unico a non essere più utilizzato per la vita monastica, felicemente sublimato da eventi culturali di risonanza internazionale.
Il complesso monumentale comprende la meravigliosa chiesa, un palazzo reale, il Panteon con le tombe delle famiglie reali e altri edifici che formano un quartiere di grande bellezza.
È circondato da un delizioso villaggio con negozietti storici, (come il negozio della amabile ottuagenaria Maria Teresa, Carrer de Pere el Gran, 1, che reca l'insegna Carquinyolis -biscotti fatti in casa, secchi e croccanti con mandorle e anice -simili ai nostri cantuccini- e vende prelibati formaggi di capra e altri eccellenti prodotti artigianali), simpatici e generosi bar di tapas, e -al tempo del festival- una serie di bancarelle di prodotti di alta qualità gastronomica locale, a deliziare gli spettatori, un pubblico europeo molto attento, composto, profondamente appassionato di musica.
L'atmosfera, pur tra il pubblico di provenienza prevalentemente francese, tedesca, spagnola, è deliziosamente catalana.
La superiore bellezza e magnificenza di questo luogo è dunque la cornice straordinaria dell'incontro musicale voluto da Jordi Savall.
Il festival è curato da Martí Sancliment, il suo direttore, che lo rende vivo e fortemente inserito nel territorio, arricchendolo di attività sociali come laboratori per bambini, conferenze, incontri tematici.
Ho assistito a cinque concerti, tra i tanti apprezzabili spettacoli proposti.
11 agosto - Nell'antico Dormitori, una sala raccolta, arriva il quartetto è Tcha Limberger, violino; Gyula Csik, cimbalom ungherese; János Dani, brács (viola ungherese); Vilmos Csikós, contrabbasso.
La formazione ha collaborato con Jordi Savall anche nelle registrazioni di Balkan: Miel & Sang (2013), progetto di Jordi Savall, dove gli stessi quattro eccellenti musicisti eseguono repertorio tzigano ungherese e rumeno, con l'Ensemble Hespèrion XXI. Il disco è acquistabile su Alia Vox, la etichetta discografica creata da Jordi Savall.Incontriamo l'Ungheria ottocentesca, lontana dalla dimensione del folklore, ma anche lontano dalla musica sacra e polifonica ascoltata negli altri appuntamenti del festival.
Tcha Limberger, straordinario violinista di origine manouche, è il protagonista, con il Budapest Gipsy Ensemble portano un programma fatto soprattutto di improvvisazioni, restituendo la vitalità della musica urbana ungherese di tradizione gitana e di quel magyar nóta che nell’Ottocento rappresentò la cultura musicale della borghesia ungherese. Non un repertorio folklorico, dunque, ma una musica che apparteneva alla vita sociale, ai caffè, alle feste, ai ristoranti, ai salotti: una forma musicale nella quale l’eleganza borghese si mescolava alla libertà espressiva dei musicisti gitani.
La musica nasceva dall’ascolto reciproco, dalla capacità degli interpreti di seguirsi, provocarsi, rallentare, accelerare e rilanciare continuamente il discorso musicale.
Al centro di questo straordinario organismo sonoro c'era il violino di Tcha Limberger. Il suo strumento non ha soltanto una funzione melodica: sospira, sorride, si lamenta in frasi fulminee e acrobatiche, ma anche lente, malinconiche, quasi vocali.Limberger possiede la capacità di trasformare il virtuosismo in linguaggio espressivo.
Il suo violino è soprattutto un grande strumento narrativo. Passa dal lirismo alla danza, dalla nostalgia alla brillantezza, dalla struggente cantabilità alla velocità vertiginosa. E proprio nella libertà dell’improvvisazione si coglie la sua personalità.
Accanto a lui, il cimbalom di Gyula Csik è una rivelazione. Il grande strumento a corde percosse, tipico della tradizione musicale ungherese, produce un suono inconfondibile: metallico e brillante, percussivo ma sorprendentemente melodico. Le bacchette di Csik costruiscono una trama ritmica incessante, ma il suo cimbalom non è affatto un semplice accompagnamento.
Dialoga alla pari con il violino, in una cascata di note di straordinaria vivacità, nel quale il virtuosismo assumeva una dimensione quasi teatrale.
La brács, la viola utilizzata nella musica gitana ungherese, è affidata a János Dani. Più ruvida e incisiva della viola classica, con una funzione prevalentemente armonico-ritmica, forniva alla musica una sorta di ossatura interna. Dani teneva insieme il discorso, scandiva gli accenti e contribuiva a quella particolare pulsazione che permette alla musica di muoversi continuamente senza perdere la propria compattezza.
Infine il contrabbasso di Vilmos Csikós, profondo e poderoso, costituiva il fondamento dell’intero quartetto. Il suo compito non era semplicemente quello di segnare il basso: il contrabbasso diventava una presenza fisica, quasi corporea, che dava peso alla danza e sosteneva le improvvisazioni degli altri tre musicisti. È proprio questo equilibrio fra profondità ritmica e libertà melodica a permettere al violino e al cimbalom di librarsi con tanta naturalezza.
La formazione, dunque, è di una semplicità quasi archetipica: violino, cimbalom, brács e contrabbasso. Ma da questa combinazione nasce una tavolozza sorprendentemente ricca. Il violino canta, il cimbalom scintilla, la brács ritma e il contrabbasso sostiene; quattro voci diverse che si ascoltano continuamente e costruiscono insieme la forma.
Il contrasto con Santes Creus rendeva l’esperienza ancora più affascinante. Nel severo Antico Dormitorio del monastero cistercense, fra la pietra e le proporzioni monumentali dell’architettura medievale, risuonava una musica nata molti secoli dopo e legata a un mondo completamente diverso: quello della città, della festa, della danza, della socialità. Eppure la musica sembrava appropriarsi dello spazio con assoluta naturalezza.
È forse proprio questa la magia del Festival Jordi Savall: mettere in relazione mondi che sulla carta sembrerebbero lontanissimi. La pietra medievale di Santes Creus e la musica gitana dell’Ungheria ottocentesca finiscono per illuminarsi reciprocamente.
Il concerto di Limberger e del Budapest Gipsy Ensemble ha avuto così qualcosa di irripetibile. Non soltanto perché fondato sull’improvvisazione, ma perché l’improvvisazione ha reso evidente la qualità più autentica di questa tradizione: la musica come arte del momento, della relazione e dell’ascolto.
E quando, nelle mani di musicisti di questo livello, il violino di Limberger prende il volo e il cimbalom di Gyula Csik gli risponde con una raffica di note scintillanti, diventa difficile restare semplicemente seduti ad ascoltare. Quella musica porta con sé il movimento della danza, la malinconia dell’Est, il virtuosismo dei grandi violinisti gitani e il gusto teatrale della vecchia Budapest.
Una serata di grande libertà musicale, nella quale il passato non è stato ricostruito come un reperto, ma improvvisato di nuovo, davanti a noi, nel presente.
Ed è proprio questa libertà a restituire il carattere della musica ungherese di quell’epoca. Dietro la partitura, quando esiste, si avverte una pratica musicale fondata anche sull’ascolto reciproco, sull’improvvisazione, sulla variazione, sulla capacità del musicista di reagire all’istante. Una musica dunque profondamente legata alla socialità e alla performance, nella quale la distinzione rigida fra “colto” e “popolare” perde gran parte del proprio significato.
Il concerto ha così aggiunto un’altra tessera alla particolare geografia musicale disegnata dal Festival Jordi Savall: una geografia che non segue soltanto i confini cronologici della musica antica, ma mette in comunicazione culture, tradizioni e forme espressive differenti. È una delle caratteristiche che rendono il festival così singolare: riportare in vita repertori dimenticati o marginali e restituirli non come reperti museali, ma come musica viva, capace ancora oggi di sorprendere e coinvolgere.
E in questa prospettiva il cimbalom, con la sua voce inconfondibile, è stato forse la rivelazione della serata. Uno strumento che molti ascoltatori conoscono appena e che, nelle mani di un interprete straordinario, ha mostrato una ricchezza timbrica e una possibilità espressiva insospettate.
Alla fine rimane soprattutto l’impressione di una musica calda, virtuosistica, malinconica e gioiosa insieme, nella quale l’eleganza borghese dell’Ottocento ungherese incontra l’energia ancestrale della danza e della tradizione popolare. Una musica che non chiede di essere semplicemente ascoltata, ma sembra invitare il pubblico a entrare in una sala da ballo, in un caffè di Budapest, in un mondo scomparso nel quale il violino e il cimbalom erano ancora strumenti capaci di raccontare, con immediatezza, passioni, desideri e malinconie.
Una delle serate in cui il Festival di Savall ha dimostrato con maggiore evidenza che la musica storica, quando è interpretata con intelligenza e libertà, non appartiene affatto al passato: appartiene al presente.Dones d’Orient è una produzione del Festival 2026 affidata a Orpheus XXI, con sette musiciste provenienti da diverse aree dell’Africa e del Vicino Oriente, e con la partecipazione dell’attrice catalana Sílvia Bel. La direzione artistica è di Waed Bouhassoun.
Le sette musiciste sono:
Waed Bouhassoun (Siria) — oud, voce e direzione artistica
Senny Camara (Senegal) — voce e kora
Carole Marque B. Kaftandjian (Armenia) — voce e duduk
Sozdel Garcias (Kurdistan siriano) — qanun
Saina Zamanian (Iran) — tar
Firoozeh Raeesdana (Iran) — voce e kamancheh
Nora Thiele (Germania) — percussioni.


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