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Il Festival Jordi Savall, una gemma catalana

  • Writer: Planet Claire
    Planet Claire
  • 5 days ago
  • 12 min read
bozza da correggere Il Festival Jordi Savall è giunto quest'anno alla 6° edizione.

Manifestazione di grande prestigio, una gemma incastonata nel cuore della cultura catalana, il festival è ideato e seguito da vicino dal Maestro Jordi Savall, insigne musicologo, direttore d'orchestra, studioso della viola da gamba, cultore e ricercatore della musica antica.


Quest'anno il festival si è svolto dal 10 al 16 agosto, incentrandosi sull'evento della eclisse solare totale, che in quelle terre ha avuto una visibilità notevole.


Abituale epicentro del festival è il monumentale mirabile complesso del Monastero delle Sante Croci.

In lingua catalana Reial Monestir de Santa Maria de Santes Creus, si trova nei pressi di Aiguamúrcia (Tarragona), nel bellissimo entroterra della Catalunya.


Il monastero è un luogo di fascino assoluto. Fondato dai monaci cistercensi nel 1158, ci offre un meraviglioso spaccato dell’architettura del tempo romanico e gotico spagnolo e dell’influenza dei monaci sul territorio. Vi è nella regione una ruta, una strada di antichi monasteri, uno dei tanti cammini votivi che ancora oggi suggestionano la ricerca contemporanea di sfide spirituali.

Il Reial Monasterio de Santes Creus è il più antico e l’unico a non essere più utilizzato per la vita monastica, felicemente sublimato da eventi culturali di risonanza internazionale.

Il complesso monumentale comprende la meravigliosa chiesa, un palazzo reale, il Panteon con le tombe delle famiglie reali e altri edifici che formano un quartiere di grande bellezza.

È circondato da un delizioso villaggio con negozietti storici, (come il negozio della amabile ottuagenaria Maria Teresa, Carrer de Pere el Gran, 1, che reca l'insegna Carquinyolis -biscotti fatti in casa, secchi e croccanti con mandorle e anice -simili ai nostri cantuccini- e vende prelibati formaggi di capra e altri eccellenti prodotti artigianali), simpatici e generosi bar di tapas, e -al tempo del festival- una serie di bancarelle di prodotti di alta qualità gastronomica locale, a deliziare gli spettatori, un pubblico europeo molto attento, composto, profondamente appassionato di musica.

L'atmosfera, pur tra il pubblico di provenienza prevalentemente francese, tedesca, spagnola, è deliziosamente catalana.

La superiore bellezza e magnificenza di questo luogo è dunque la cornice straordinaria dell'incontro musicale voluto da Jordi Savall.


Il festival è curato da Martí Sancliment, il suo direttore, che lo rende vivo e fortemente inserito nel territorio, arricchendolo di attività sociali come laboratori per bambini, conferenze, incontri tematici.


Ho assistito a cinque concerti, tra i tanti apprezzabili spettacoli proposti.
11 agosto - Nell'antico Dormitori, una sala raccolta, arriva il quartetto è Tcha Limberger, violino; Gyula Csik, cimbalom ungherese; János Dani, brács (viola ungherese); Vilmos Csikós, contrabbasso.
La formazione ha collaborato con Jordi Savall anche nelle registrazioni di Balkan: Miel & Sang (2013), progetto di Jordi Savall, dove gli stessi quattro eccellenti musicisti eseguono repertorio tzigano ungherese e rumeno, con l'Ensemble Hespèrion XXI. Il disco è acquistabile su Alia Vox, la etichetta discografica creata da Jordi Savall.Incontriamo l'Ungheria ottocentesca, lontana dalla dimensione del folklore, ma anche lontano dalla musica sacra e polifonica ascoltata negli altri appuntamenti del festival.
Tcha Limberger, straordinario violinista di origine manouche, è il protagonista, con il Budapest Gipsy Ensemble portano un programma fatto soprattutto di improvvisazioni, restituendo la vitalità della musica urbana ungherese di tradizione gitana e di quel magyar nóta che nell’Ottocento rappresentò la cultura musicale della borghesia ungherese. Non un repertorio folklorico, dunque, ma una musica che apparteneva alla vita sociale, ai caffè, alle feste, ai ristoranti, ai salotti: una forma musicale nella quale l’eleganza borghese si mescolava alla libertà espressiva dei musicisti gitani.
La musica nasceva dall’ascolto reciproco, dalla capacità degli interpreti di seguirsi, provocarsi, rallentare, accelerare e rilanciare continuamente il discorso musicale.
Al centro di questo straordinario organismo sonoro c'era il violino di Tcha Limberger. Il suo strumento non ha soltanto una funzione melodica: sospira, sorride, si lamenta in frasi  fulminee e acrobatiche, ma anche lente, malinconiche, quasi vocali.Limberger possiede la  capacità di trasformare il virtuosismo in linguaggio espressivo. 
Il suo violino è soprattutto un grande strumento narrativo. Passa dal lirismo alla danza, dalla nostalgia alla brillantezza, dalla struggente cantabilità alla velocità vertiginosa. E proprio nella libertà dell’improvvisazione si coglie la sua personalità.
Accanto a lui, il cimbalom di Gyula Csik è una rivelazione. Il grande strumento a corde percosse, tipico della tradizione musicale ungherese, produce un suono inconfondibile: metallico e brillante, percussivo ma sorprendentemente melodico. Le bacchette di Csik costruiscono una trama ritmica incessante, ma il suo cimbalom non è affatto un semplice accompagnamento.
Dialoga alla pari con il violino, in una cascata di note di straordinaria vivacità, nel quale il virtuosismo assumeva una dimensione quasi teatrale.
La brács, la viola utilizzata nella musica gitana ungherese, è affidata a János Dani. Più ruvida e incisiva della viola classica, con una funzione prevalentemente armonico-ritmica, forniva alla musica una sorta di ossatura interna. Dani teneva insieme il discorso, scandiva gli accenti e contribuiva a quella particolare pulsazione che permette alla musica di muoversi continuamente senza perdere la propria compattezza.
Infine il contrabbasso di Vilmos Csikós, profondo e poderoso, costituiva il fondamento dell’intero quartetto. Il suo compito non era semplicemente quello di segnare il basso: il contrabbasso diventava una presenza fisica, quasi corporea, che dava peso alla danza e sosteneva le improvvisazioni degli altri tre musicisti. È proprio questo equilibrio fra profondità ritmica e libertà melodica a permettere al violino e al cimbalom di librarsi con tanta naturalezza.
La formazione, dunque, è di una semplicità quasi archetipica: violino, cimbalom, brács e contrabbasso. Ma da questa combinazione nasce una tavolozza sorprendentemente ricca. Il violino canta, il cimbalom scintilla, la brács ritma e il contrabbasso sostiene; quattro voci diverse che si ascoltano continuamente e costruiscono insieme la forma.
Il contrasto con Santes Creus rendeva l’esperienza ancora più affascinante. Nel severo Antico Dormitorio del monastero cistercense, fra la pietra e le proporzioni monumentali dell’architettura medievale, risuonava una musica nata molti secoli dopo e legata a un mondo completamente diverso: quello della città, della festa, della danza, della socialità. Eppure la musica sembrava appropriarsi dello spazio con assoluta naturalezza.
È forse proprio questa la magia del Festival Jordi Savall: mettere in relazione mondi che sulla carta sembrerebbero lontanissimi. La pietra medievale di Santes Creus e la musica gitana dell’Ungheria ottocentesca finiscono per illuminarsi reciprocamente.
Il concerto di Limberger e del Budapest Gipsy Ensemble ha avuto così qualcosa di irripetibile. Non soltanto perché fondato sull’improvvisazione, ma perché l’improvvisazione ha reso evidente la qualità più autentica di questa tradizione: la musica come arte del momento, della relazione e dell’ascolto.
E quando, nelle mani di musicisti di questo livello, il violino di Limberger prende il volo e il cimbalom di Gyula Csik gli risponde con una raffica di note scintillanti, diventa difficile restare semplicemente seduti ad ascoltare. Quella musica porta con sé il movimento della danza, la malinconia dell’Est, il virtuosismo dei grandi violinisti gitani e il gusto teatrale della vecchia Budapest.
Una serata di grande libertà musicale, nella quale il passato non è stato ricostruito come un reperto, ma improvvisato di nuovo, davanti a noi, nel presente.
Ed è proprio questa libertà a restituire il carattere della musica ungherese di quell’epoca. Dietro la partitura, quando esiste, si avverte una pratica musicale fondata anche sull’ascolto reciproco, sull’improvvisazione, sulla variazione, sulla capacità del musicista di reagire all’istante. Una musica dunque profondamente legata alla socialità e alla performance, nella quale la distinzione rigida fra “colto” e “popolare” perde gran parte del proprio significato.
Il concerto ha così aggiunto un’altra tessera alla particolare geografia musicale disegnata dal Festival Jordi Savall: una geografia che non segue soltanto i confini cronologici della musica antica, ma mette in comunicazione culture, tradizioni e forme espressive differenti. È una delle caratteristiche che rendono il festival così singolare: riportare in vita repertori dimenticati o marginali e restituirli non come reperti museali, ma come musica viva, capace ancora oggi di sorprendere e coinvolgere.
E in questa prospettiva il cimbalom, con la sua voce inconfondibile, è stato forse la rivelazione della serata. Uno strumento che molti ascoltatori conoscono appena e che, nelle mani di un interprete straordinario, ha mostrato una ricchezza timbrica e una possibilità espressiva insospettate.
Alla fine rimane soprattutto l’impressione di una musica calda, virtuosistica, malinconica e gioiosa insieme, nella quale l’eleganza borghese dell’Ottocento ungherese incontra l’energia ancestrale della danza e della tradizione popolare. Una musica che non chiede di essere semplicemente ascoltata, ma sembra invitare il pubblico a entrare in una sala da ballo, in un caffè di Budapest, in un mondo scomparso nel quale il violino e il cimbalom erano ancora strumenti capaci di raccontare, con immediatezza, passioni, desideri e malinconie.
Una delle serate in cui il Festival di Savall ha dimostrato con maggiore evidenza che la musica storica, quando è interpretata con intelligenza e libertà, non appartiene affatto al passato: appartiene al presente.Dones d’Orient è una produzione del Festival 2026 affidata a Orpheus XXI, con sette musiciste provenienti da diverse aree dell’Africa e del Vicino Oriente, e con la partecipazione dell’attrice catalana Sílvia Bel. La direzione artistica è di Waed Bouhassoun.
Le sette musiciste sono:
  • Waed Bouhassoun (Siria) — oud, voce e direzione artistica
  • Senny Camara (Senegal) — voce e kora
  • Carole Marque B. Kaftandjian (Armenia) — voce e duduk
  • Sozdel Garcias (Kurdistan siriano) — qanun
  • Saina Zamanian (Iran) — tar
  • Firoozeh Raeesdana (Iran) — voce e kamancheh
  • Nora Thiele (Germania) — percussioni.

Dones d’Orient: sette donne, una geografia musicale senza confini
Fra le produzioni originali del Festival Jordi Savall 2026, Dones d’Orient è forse quella che più direttamente incarna il tema dell’edizione, costruita intorno all’idea dell’eclissi come metafora di ciò che viene oscurato, nascosto, cancellato. Il progetto di Orpheus XXI mette al centro sette musiciste, provenienti da mondi geografici e culturali differenti, per dare voce a una presenza femminile che la storia ha troppo spesso relegato ai margini. Lo stesso Savall ha definito il progetto come una risposta a un’“eclissi morale e politica”: quella che impedisce a molte donne di essere ciò che potrebbero essere.
In Dones d’Orient il messaggio politico e civile è affidato innanzitutto alla musica, alla presenza scenica delle interpreti, alla straordinaria varietà dei loro strumenti e delle tradizioni che ciascuna porta con sé.
Sul palco, si incontrano Waed Bouhassoun, siriana, alla voce e all’oud, anche direttrice artistica del progetto; la senegalese Senny Camara, voce e kora; l’armena Carole Marque B. Kaftandjian, voce e duduk; Sozdel Garcias, di origine curdo-siriana, al qanun; l’iraniana Saina Zamanian, al tar; la connazionale Firoozeh Raeesdana, voce e kamancheh; e la tedesca Nora Thiele, alle percussioni. A sottolineare la dimensione teatrale dello spettacolo, l’attrice Sílvia Bel.
È un piccolo atlante musicale vivente.
L’oud di Bouhassoun, con il suo timbro caldo e profondo, costituisce uno dei punti di gravità dell’ensemble; la kora di Senny Camara introduce invece la luminosità cristallina dell’Africa occidentale, con quel caratteristico intreccio fra arpeggio e pulsazione che sembra trasformare il tempo in un flusso continuo. Il suono penetrante e quasi ipnotico del duduk di Carole Marque B. Kaftandjian porta con sé l’antichissima tradizione armena, mentre il qanun di Sozdel Garcias dispiega una trama di suoni nitidi, preziosi, quasi argentini.
Poi il tar di Saina Zamanian, strumento fondamentale della tradizione persiana, e il kamancheh di Firoozeh Raeesdana, il cui arco produce una voce sorprendentemente umana, malinconica e vibrante. Alle percussioni, Nora Thiele costruisce il tessuto ritmico che permette a tradizioni così diverse di respirare insieme.
La forza del progetto sta proprio nella coesistenza delle differenze. Non si cerca di uniformare i linguaggi, né di costruire artificialmente una generica “musica orientale”. Al contrario, ogni interprete conserva la propria identità sonora, e proprio da questa pluralità nasce il dialogo.
È un principio profondamente savalliano: la musica come luogo nel quale le differenze non devono essere cancellate per poter convivere. Al contrario, è necessario ascoltarle nella loro specificità, lasciarle risuonare l’una accanto all’altra, perché possano finalmente incontrarsi.
In questo senso, Dones d’Orient è anche una risposta concreta all’idea dell’eclissi che percorre l’intera edizione 2026. L’eclissi non è soltanto oscuramento: è ciò che ci costringe a cercare ciò che normalmente non vediamo. E qui il Festival illumina storie, culture e soprattutto donne che troppo spesso rimangono invisibili.
La presenza di Sílvia Bel aggiunge una dimensione ulteriore. La parola e la recitazione entrano nel tessuto musicale senza trasformarlo in semplice spettacolo teatrale: la voce dell’attrice diventa piuttosto un’altra forma di testimonianza, mentre le musiciste, con i loro strumenti, sembrano costruire una memoria collettiva fatta di frammenti, migrazioni, appartenenze e resistenza.
E c’è qualcosa di particolarmente significativo nel fatto che questo incontro avvenga proprio all’interno del Festival Jordi Savall. Orpheus XXI, progetto nato per favorire l'integrazione professionale di musicisti migranti e rifugiati attraverso la musica delle loro tradizioni, porta qui alle estreme conseguenze una delle idee fondamentali del festival: la cultura non come recinto identitario, ma come spazio di incontro.
Alla fine, ciò che rimane non è soltanto il valore simbolico del progetto, ma la sua qualità musicale. Sette interpreti di personalità fortissima riescono a costruire un organismo sonoro nel quale oud, kora, duduk, qanun, tar, kamancheh e percussioni non sono semplicemente strumenti esotici da ascoltare con curiosità: diventano voci diverse di una stessa narrazione.
Ed è forse questa la più bella intuizione di Dones d’Orient: parlare delle donne senza trasformarle in simboli astratti, ma lasciandole apparire nella loro concretezza di artiste, interpreti, creatrici. Sette donne sul palco, sette tradizioni, sette modi di abitare il suono.
Un concerto che, più che “raccontare l’Oriente”, lo fa parlare direttamente attraverso le sue musiciste. E che dimostra ancora una volta come, quando la musica riesce davvero a mettere in relazione mondi lontani, l’eclissi può trasformarsi in luce.
il concerto di Vivaldi Vivaldi a Venècia, l’11 agosto a Santes Creus; omaggio a Montserrat Torrent, con Torrent e Juan de la Rubia all’organo a quattro mani, nella chiesa di Sant Joan.

Vivaldi a Venècia: la luce, il teatro e la voce di Núria Rial
Dopo la musica delle corti, delle chiese e dei monasteri, il Festival Jordi Savall ci porta nel cuore della Venezia settecentesca, quella di Vivaldi e dell’Ospedale della Pietà, dove la musica vocale e strumentale raggiunse una straordinaria concentrazione di invenzione e virtuosismo.
Vivaldi a Venècia, presentato a Santes Creus, ha avuto come protagonista una delle grandi interpreti del repertorio barocco, la soprano catalana Núria Rial. La sua voce, limpida, luminosa e straordinariamente flessibile, sembra fatta per restituire la particolare miscela di eleganza, sensualità e teatralità della musica vivaldiana.
Le arie hanno mostrato tutta la ricchezza del linguaggio del Prete Rosso: il canto amoroso, la disperazione, l’agitazione, la tenerezza, gli slanci virtuosistici. Ma ciò che colpisce nell’interpretazione di Rial è soprattutto la capacità di non separare mai il virtuosismo dall’espressione. Le agilità non diventano un esercizio di bravura fine a se stesso: ogni fioritura, ogni variazione, ogni rapidissima successione di note sembra nascere da un’emozione precisa.
La voce della soprano catalana possiede inoltre una qualità particolarmente preziosa nel repertorio antico: la chiarezza del fraseggio. Le parole rimangono sempre comprensibili, il testo non viene sacrificato alla pura bellezza vocale e ogni frase sembra avere un proprio gesto, quasi teatrale.
Accanto alla voce, l’ensemble ha restituito la straordinaria energia ritmica e coloristica della musica veneziana. Vivaldi non è mai monocorde: sotto la superficie brillante delle arie si percepisce continuamente una tensione drammatica, un movimento quasi fisico. La musica sembra respirare, accelerare, fermarsi, prendere slancio.
E in questo dialogo fra voce e strumenti emerge anche l’idea più profonda dell’Ospedale della Pietà: un luogo nel quale giovani musiciste raggiunsero livelli altissimi di formazione e perfezione esecutiva. Vivaldi scriveva per virtuose che conoscevano intimamente gli strumenti e ne esploravano possibilità allora modernissime. Il concerto ha restituito proprio questa dimensione di laboratorio musicale, insieme aristocratica e sorprendentemente innovativa.
Núria Rial ha saputo attraversare questo universo con una naturalezza ammirevole, alternando delicatezza e virtuosismo, abbandono lirico e precisione ritmica. Una voce che non ha bisogno di imporsi: si insinua nello spazio e lo illumina.
E ancora una volta il Festival ha dimostrato la propria capacità di mettere in relazione repertorio e luogo. Santes Creus, con la sua architettura medievale e il suo silenzio monumentale, non è Venezia; e tuttavia, per una sera, la musica di Vivaldi ha saputo evocare una città lontanissima, restituendone la vitalità, il teatro, la sensualità e la febbrile creatività.
Un concerto di grande eleganza, nel quale la voce di Núria Rial ha costituito il centro luminoso di un piccolo universo barocco.
Montserrat Torrent a Valls: un secolo di musica davanti a un organo del futuro
C'è qualcosa di particolarmente emozionante nel vedere Montserrat Torrent, figura leggendaria dell’organo catalano e internazionale, tornare alla tastiera nel suo centenario, all'interno del Festival Jordi Savall. La serata di Valls era concepita come un omaggio a una musicista che ha dedicato più di settant'anni alla concertistica, alla formazione di generazioni di organisti e alla riscoperta del repertorio iberico.
Ma l'emozione nasceva anche da un contrasto quasi cinematografico: una musicista centenaria davanti a uno strumento modernissimo, imponente, tecnologicamente sofisticato, collocato nella chiesa di Sant Joan.
Il concerto a quattro mani con Juan de la Rubia, uno degli organisti catalani più affermati della nuova generazione, rendeva ancora più evidente questo passaggio ideale fra epoche. Da una parte Torrent, testimone vivente di una tradizione che affonda le proprie radici nella storia musicale della penisola iberica; dall'altra de la Rubia, interprete di una generazione abituata a concepire l'organo come uno strumento capace di dialogare con la modernità.
L'organo stesso sembrava rappresentare questa tensione fra passato e futuro. La sua presenza monumentale domina lo spazio e, quando entra in funzione, modifica radicalmente la percezione della chiesa: non è più soltanto architettura, ma diventa un enorme corpo sonoro. Le sue possibilità timbriche permettono di passare dalla trasparenza quasi cameristica alla potenza orchestrale, dal suono raccolto e meditativo a un'imponente massa sonora capace di riempire ogni angolo dell'edificio.
E proprio questo rapporto fra strumento e spazio è uno degli aspetti più affascinanti dell'organo. A differenza di un pianoforte o di un violino, l'organista non sembra semplicemente produrre il suono: lo fa apparire dall'architettura stessa. L'edificio diventa parte dello strumento.
La presenza di Torrent assumeva quindi un significato che andava oltre il singolo concerto. Quella sera a Valls non si celebrava soltanto una grande interprete: si celebrava una tradizione musicale che continua a trasmettersi. Torrent è stata una figura fondamentale nella rinascita dell'interesse per la musica antica e per il repertorio organistico iberico, oltre che una straordinaria formatrice di organisti.
Il dialogo con Juan de la Rubia rendeva visibile proprio questa continuità. Quattro mani sulla stessa tastiera, due generazioni, un unico strumento: quasi una metafora della trasmissione del sapere musicale, che non consiste nella semplice conservazione del passato, ma nella capacità di consegnarlo a chi verrà dopo.
E c'era, infine, una dimensione profondamente umana. Vedere una donna arrivata a cento anni tornare davanti a un organo così poderoso produce un'emozione che nessuna celebrazione retorica potrebbe sostituire. Non perché l'età diventasse uno spettacolo, ma perché la musica mostrava ancora una volta la propria straordinaria capacità di attraversare il tempo senza appartenergli.
Il Festival Jordi Savall ha avuto il merito di trasformare questo anniversario in qualcosa di più di un omaggio celebrativo: un incontro fra memoria e futuro, fra una maestra che ha contribuito a costruire una scuola e un organista della generazione successiva, davanti a uno strumento che sembra appartenere al futuro.
A Valls, per una sera, un secolo di musica è passato attraverso le stesse tastiere.
 
 
 

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