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Alle Gallerie d’Italia di Torino la fotografia di Nick Brandt: 63 potenti immagini di grande formato sulla crisi ambientale

  • Writer: Planet Claire
    Planet Claire
  • 14 hours ago
  • 4 min read

articolo di Clara Bruno tempo di lettura: 4' @tutti i diritti riservati


Per la prima volta, alle Gallerie d’Italia di Torino, tutti e quattro i capitoli di The Day May Break del fotografo londinese contemporaneo Nick Brandt sono riuniti in un unico percorso espositivo. La mostra si sviluppa attraverso 63 immagini di grande formato che danno vita a una visione immersiva. Il fotografo offre uno sguardo profondamente poetico su ciò che rimane e ciò che, nonostante tutto, può ancora generare speranza. Un invito a riflettere sui temi della sostenibilità, della responsabilità sociale e sul ruolo della cultura come strumento di consapevolezza. La mostra apre al pubblico mercoledì 18 marzo e chiuderà il 6 settembre 2026, nella prestigiosa sede di Piazza San Carlo 156 a Torino. La fotografia di Nick Brandt occupa un posto particolare nel panorama della fotografia contemporanea. Non è soltanto uno sguardo estetico sulla natura e sugli animali, ma un progetto artistico e morale che racconta il rapporto sempre più fragile tra l’uomo, gli animali e l’ambiente. Nato a Londra nel 1964 e formatosi inizialmente nel mondo del cinema, Brandt si è avvicinato alla fotografia all’inizio degli anni Duemila durante le riprese del videoclip Earth Song di Michael Jackson, girato in Tanzania. Fu proprio quell’esperienza a segnare una svolta: osservando gli animali africani nel loro ambiente naturale, il fotografo iniziò a sviluppare l’idea di raccontare la loro esistenza con un linguaggio visivo solenne, quasi epico, ma allo stesso tempo profondamente malinconico. La prima fase della sua carriera è legata soprattutto alla grande trilogia dedicata all’Africa orientale, composta dai libri On This Earth (2005), A Shadow Falls (2009) e Across the Ravaged Land (2013). In queste immagini, spesso realizzate con una macchina fotografica analogica di grande formato, gli animali appaiono come figure monumentali, immerse in paesaggi silenziosi e senza tempo. Non sono fotografie naturalistiche nel senso tradizionale: sembrano piuttosto ritratti solenni, quasi classici, che ricordano la pittura romantica. Attraverso queste immagini Brandt ha cercato di mostrare non solo la bellezza degli animali selvatici, ma anche la loro vulnerabilità di fronte alla distruzione degli ecosistemi.

Con il passare degli anni, tuttavia, il lavoro del fotografo ha assunto un tono sempre più esplicitamente politico ed ecologico. Brandt è infatti anche cofondatore di Big Life Foundation, impegnata nella tutela degli elefanti e di altre specie minacciate nell’Africa orientale. La sua fotografia non è soltanto arte, ma anche una forma di attivismo visivo che mira a sensibilizzare il pubblico sui cambiamenti ambientali e sulle conseguenze delle attività umane.




Questo impegno raggiunge una nuova intensità nel grande progetto iniziato durante la pandemia del 2020 e intitolato The Day May Break. Si tratta di una serie monumentale, concepita come un ciclo di capitoli realizzati in diverse parti del mondo, che affronta il tema dell’impatto della crisi climatica e della distruzione ambientale sugli esseri viventi. Il titolo suggerisce un momento sospeso tra notte e alba: un tempo incerto, in cui la speranza di un cambiamento convive con la consapevolezza della fragilità del pianeta. Il primo capitolo del progetto è stato realizzato in Kenya e presenta una serie di ritratti di persone insieme ad animali salvati o sopravvissuti a situazioni di trauma: uccelli feriti, scimmie recuperate dai trafficanti, animali che hanno perso il loro habitat naturale. Le figure sono fotografate su fondi neutri, come in uno studio improvvisato nella natura, creando una scena sospesa e silenziosa. Umani e animali appaiono fianco a fianco, sullo stesso piano emotivo, accomunati da una vulnerabilità condivisa. L’effetto è potente: lo spettatore non osserva più la natura come qualcosa di distante, ma come un destino comune.



Il secondo capitolo si sposta in Bolivia e introduce un elemento visivo completamente nuovo: una fitta nebbia artificiale che avvolge persone e animali. Questo velo lattiginoso non è soltanto una scelta estetica, ma un riferimento diretto alla crisi ambientale e agli incendi che negli ultimi anni hanno devastato vaste aree del Sud America. Gli animali fotografati – tra cui lama, scimmie e uccelli – sono spesso individui salvati o recuperati da centri di riabilitazione. Le figure emergono dalla foschia come apparizioni, simboli di un mondo naturale che rischia di dissolversi.




Il terzo capitolo, realizzato nelle isole Fiji, rappresenta forse la svolta visiva più radicale dell’intero progetto. Brandt fotografa persone e animali completamente immersi nell’acqua, come se il mare avesse invaso il loro mondo. I soggetti – spesso cavalli e abitanti delle isole – sono ritratti sott’acqua mentre mantengono pose tranquille e quasi contemplative. L’immagine diventa una metafora diretta dell’innalzamento del livello dei mari, una delle conseguenze più drammatiche del cambiamento climatico per molte comunità costiere e insulari.



Il quarto capitolo della serie (commissionato da Intesa Sanpaolo) è ambientato nello Zimbabwe, torna alla terra ma in un paesaggio segnato dalla siccità e dalle tempeste di polvere. Qui Brandt ritrae persone e animali domestici o salvati in un ambiente quasi desertico, dove la polvere sospesa nell’aria rende le immagini spettrali e drammatiche. Ancora una volta, il fotografo insiste sull’idea di un destino condiviso: gli esseri umani non sono spettatori della crisi ecologica, ma parte integrante di essa.


Il fotografo commenta: All the people are victims of some degree of climate change, and the animals are victims of environmental destruction or wildlife trafficking." “There’s that sense of a shared understanding of loss that, hopefully, you will feel from both human and animal." ("Tutte le persone sono vittime, in qualche misura, del cambiamento climatico, e gli animali sono vittime della distruzione ambientale o del traffico di fauna selvatica.", "C’è quel senso di una perdita condivisa che, si spera, lo spettatore possa percepire sia negli esseri umani sia negli animali fotografati." trad. mia) Con The Day May Break, Nick Brandt ha trasformato la fotografia naturalistica in una potente narrazione sul presente. Le sue immagini non si limitano a documentare il mondo che cambia: lo interpretano, lo mettono in scena, lo rendono emotivamente vicino allo spettatore. In un’epoca segnata da crisi climatiche e ambientali sempre più evidenti, il suo lavoro ricorda che la relazione tra uomo e natura non è soltanto un tema artistico, ma una questione urgente che riguarda il futuro di tutti. Una mostra potente e significativa che merita essere vista.

il fotografo Nick Brandt nel 2022 in Sud America durante lo shooting del Secondo Capitolo                   di The Day May Break
il fotografo Nick Brandt nel 2022 in Sud America durante lo shooting del Secondo Capitolo di The Day May Break

 
 
 

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