TO LISTEN TO: Morton Feldman, Piano and String Quartet (1985)
Oct 6
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Updated: Oct 12
© 2026 articolo di Clara Bruno - tutti i diritti riservati tempo di lettura: 6 minuti TO LISTEN TO Festival dell'ascolto sperimentale Morton Feldman, Piano and String Quartet (1985) nella esecuzione del Quartetto Maurice, accompagnata dal pianoforte di Emanuele Torquati concerto del 4 ottobre 2026 Conservatorio Giuseppe Verdi di Torino É molto bello che a Torino esista un festival che faccia dell'ascolto il proprio oggetto. È questo il senso di To Listen To, il Festival dell'ascolto sperimentale ideato dalla SMET – Scuola di Musica Elettronica del Conservatorio “Giuseppe Verdi” di Torino e diretto artisticamente da Carlo Barbagallo e Stefano Bassanese. L'edizione 2026, la quinta, si è svolta dal 21 settembre al 4 ottobre 2026 in otto luoghi della città, offrendo concerti, installazioni, performance, incontri e workshop.
Il programma muoveva da un'idea oggi necessaria: l'ascolto non è un'attività passiva. È una pratica dell'attenzione, un modo di abitare lo spazio e di entrare in relazione con gli altri. Il festival individua, fra le proprie direttrici, una “ecologia dell'attenzione” capace di opporsi alla sua continua dispersione, insieme a una riflessione sulle tecnologie.
Tutti i concerti sono gratuiti, a ingresso libero. È una scelta culturale: permette a chiunque sia curioso di entrare in contatto con musiche normalmente confinate ai circuiti specialistici. Permette di scoprire che seguire questi concerti significa imparare qualcosa: non necessariamente imparare a “capire” la musica contemporanea, ma imparare a percepire diversamente il suono, la durata, il silenzio, la ripetizione, la materia sonora.
La serata conclusiva al Conservatorio, con Piano and String Quartet di Morton Feldman affidato al Quartetto Maurice e al pianista Emanuele Torquati, è stata una dichiarazione di poetica.
Morton Feldman, (1926-1987), è una delle figure decisive della musica americana del secondo Novecento. Vicino a John Cage e alla cosiddetta New York School, affrontò nella sua lunga ricerca una questione fondamentale: come liberare il suono dall'obbligo di diventare immediatamente discorso, sviluppo, racconto. La sua musica finì così per interrogare non tanto ciò che una nota “significa”, quanto come una nota viene percepita nel tempo.
Nella musica occidentale siamo abituati a riconoscere una direzione: un tema è presentato, viene sviluppato, modificato, intensificato, conduce a un culmine e infine alla risoluzione. Feldman tende progressivamente a sottrarsi a questo modello narrativo. Non vuole necessariamente portarci da qualche parte. Vuole farci rimanere abbastanza a lungo dentro un campo sonoro da costringerci a percepirne le trasformazioni minime.
Nel 1985, quando scrive Piano and String Quartet, Feldman è ormai nella fase estrema della propria ricerca. Le sue composizioni sono diventate sempre più lunghe e dilatate: non per aggiungere materiale, ma per modificare la scala della percezione.
In Piano and String Quartet, questa idea arriva a una forma particolarmente pura.
A un primo ascolto, la musica di Feldman potrebbe essere confusa con una musica della ripetizione. Ma sarebbe sbagliato assimilarla al minimalismo americano di Steve Reich, Philip Glass o Terry Riley. Nel minimalismo la ripetizione tende a creare un processo riconoscibile: un pattern ritorna e, attraverso la sua progressione, genera una trasformazione. Anche in Feldman la figura ritorna, ma non è mai del tutto la stessa. Un accordo può ricomparire con le stesse note ma in un'altra disposizione; una figura può cambiare registro; una durata può variare impercettibilmente; un accento può spostarsi; il timbro può modificare la nostra percezione dello stesso materiale. È una ripetizione che produce memoria ma allo stesso tempo la mette in crisi.
Feldman lavora precisamente su questa zona incerta fra identità e differenza. Il materiale iniziale del pianoforte ritorna in numerose forme e permutazioni.
La musica non si sviluppa attraverso grandi eventi. Si trasforma attraverso scarti quasi subliminali.
Il quartetto d'archi e il pianoforte
Pianoforte e quartetto d'archi non sono semplicemente due parti strumentali che collaborano. Feldman costruisce fra loro una relazione instabile. Il pianoforte appare attraverso piccole figure, spesso acute, arpeggiate, riconoscibili e destinate a ritornare con minime variazioni. Il pedale di risonanza prolunga le loro conseguenze acustiche: la nota lascia dietro di sé una coda di risonanze.
Gli archi si comportano diversamente. Un accordo tenuto dal quartetto non è mai immobile. L'arco continua a trasformarlo: cambiano pressione, intensità, punto di contatto, armonici, colore. Persino quando la scrittura sembra ridotta a una superficie quasi statica, dentro quella "superficie" il suono rimane vivo.
Durante l'esecuzione torinese, il rapporto fra i due mondi poteva essere percepito in maniera molto netta: il pianoforte produceva piccoli eventi riconoscibili, quasi degli oggetti che tornavano a emergere; gli archi costruivano invece una materia continua, una superficie sonora nella quale era possibile immergersi.
Il quartetto è rimasto a lungo dentro una struttura fondata su alcuni accordi continuamente riproposti e permutati. Il suono degli archi ha impedito che quella reiterazione si riducesse a un loop. La musica di Feldman può essere immobile nella struttura e continuamente mobile nella percezione.
Il Quartetto Maurice, fondato nel 2002, ha fatto della ricerca sul suono il centro della propria identità artistica. Dopo una formazione classica rigorosa, ha progressivamente portato al centro del proprio repertorio la musica del XX e XXI secolo, lavorando con compositori e interpreti di riferimento della musica contemporanea. La formazione (Georgia Privitera e Laura Bertolino, violini; Francesco Vernero, viola; Aline Privitera, violoncello) pare avere una cultura dell'ascolto interno, del rapporto infinitesimale fra i quattro strumenti, della precisione che non si manifesta come virtuosismo ma come controllo della materia sonora. Il quartetto ha costruito negli anni una propria idea di contemporaneità. Esegue il repertorio esistente e contribuisce altresì alla nascita di nuovo repertorio, commissiona opere, esplora l'elettronica considerandola come un quinto componente cameristico.
Georgia Privitera
Fra i quattro, una menzione speciale, a mio parere, va a Georgia Privitera, primo violino. Per la qualità tecnica, che in un'esecuzione di questo genere è naturalmente presupposta, ma soprattutto per il modo in cui ha abitato la musica. Il suo primo violino pareva attraversare interiormente il suono richiesto dalla partitura. L'interprete ha concentrato tutta la sua attenzione, fino a far percepire all'ascoltatore che quella nota possiede una durata, un peso, una fragilità e una vita interna. Privitera è una musicista che controlla una materia estremamente difficile e entra nella sua logica più profonda. È stata una presenza d'ascolto.
Laura Bertolino, Francesco Vernero e Aline Privitera hanno costruito con lei una trama di grande omogeneità, nella quale il quartetto appariva come un unico organismo capace di respirare in quattro corpi.
Da Feldman a Carl Stone: il ponte verso C2C
La conclusione naturale di questa esperienza si estende fino al Festival internazionale Club To Club, il C2C. Domenica 1° novembre 2026, alle OGR Torino, To Listen To si apre per la prima volta al pubblico del C2C Festival con il live set di Carl Stone, prodotto da To Listen To e inserito nel programma di C2C come un ponte fra pubblici e esperienze dell'ascolto differenti.
Carl Stone, nato a Los Angeles e da tempo diviso fra Stati Uniti e Giappone, è uno dei pionieri della live computer music. Studente di composizione al California Institute of the Arts con Morton Subotnick e James Tenney, lavora dagli anni Settanta sulla musica elettroacustica e dal 1986 utilizza il computer nelle performance dal vivo. Il Village Voice lo ha definito “the king of sampling”. La sua materia sono frammenti sonori raccolti, campionati, trasformati e ricomposti: melodie tradizionali, materiali popolari, suoni quotidiani, frammenti provenienti da mondi musicali diversi. Stone li sottopone a processi di montaggio, ripetizione e metamorfosi fino a renderli quasi irriconoscibili, senza però cancellarne completamente la memoria.
Il collegamento con Feldman pare diventare forte. Feldman e Stone appartengono a mondi tecnologici, estetici e storici relativamente lontani. Ma in entrambi i casi l'ascoltatore è chiamato a interrogare la propria memoria per rintracciare l'origine di ciò che sta ascoltando.
Il live set di Carl Stone alle OGR per C2C può essere considerato la coda perfetta di To Listen To.
Da Feldman a Stone, dalla risonanza acustica al campionamento digitale, dal quartetto d'archi al computer, cambia la tecnologia ma non cambia la domanda essenziale: che cosa siamo capaci di sentire quando finalmente smettiamo di ascoltare distrattamente?






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