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Studio per l'Arte Contemporanea
TUCCI RUSSO exhibitions (Torre Pellice): Giovanni Anselmo. Una mostra che richiede "lo sforzo creativo di chi guarda".

Writer: Planet Claire
Planet Claire
Oct 10
7 min read

Updated: Oct 13

© 2026 - articolo di Clara Bruno - tutti i diritti riservati tempo di lettura: 7 minuti


TUCCI RUSSO | Studio per l'Arte Contemporanea

TUCCI RUSSO exhibitions: - Giovanni Anselmo

Torre Pellice, 11.10.26 - 28.02.27 

(Inaugurazione: 11.10.2026, ore 11:00-17:00)

Via Stamperia, 9 - Torre Pellice (TO)

L’esposizione inaugura l'11 ottobre 2026 e rimarrà aperta al pubblico fino al 28 febbraio 2027.

Orari di apertura: dal mercoledì alla domenica 10:00 - 13:00 e 15:00 - 18:30. Ingresso: Libero. La galleria Tucci Russo di Torre Pellice inaugura una vasta retrospettiva dedicata a Giovanni Anselmo, celebrando un sodalizio storico tra il maestro dell'Arte Povera e i fondatori della galleria Antonio e Lisa Tucci Russo. L'esposizione, organizzata in stretta collaborazione con la Fondazione Giovanni e Alda Anselmo ETS (Ente Terzo Settore), ne esplora la ricerca scultorea.

La Galleria Tucci Russo di Torre Pellice (Torino) è uno spazio di pensiero, un vero e proprio presidio di resistenza intellettuale e rappresenta un caso esemplare. Fondata da Antonio e Lisa Tucci Russo, la galleria ha saputo tracciare sin dalle sue origini una linea curatoriale rigorosa, divenendo uno dei centri per la valorizzazione dell'Arte Povera e delle avanguardie concettuali. La personale dedicata a Giovanni Anselmo è un evento espositivo di primissimo piano e celebra un legame esistenziale e artistico profondo, iniziato nel lontano 1978 nella storica sede torinese del Mulino Feyles. La storia della galleria Tucci Russo è intrinsecamente legata alle vicende delle neoavanguardie. Trasferitasi a Torre Pellice in un suggestivo complesso di archeologia industriale, una ex manifattura tessile riconvertita, la galleria offre agli artisti spazi monumentali capaci di dialogare con la radicalità delle loro opere. La galleria d'arte contemporanea è privata e commerciale, ma ha un altissimo profilo museale. Le opere di Giovanni Anselmo presenti in mostra, che spaziano da storiche installazioni a disegni, sono destinate alla vendita, al mercato primario dei collezionisti privati, fondazioni o istituzioni.

Il dialogo con Anselmo dura da quasi cinquant’anni. Presentare oggi il lavoro di questo Maestro storicizzato è riattivare una memoria storica dinamica, dimostrando come le intuizioni poveriste non appartengano a una stagione conclusa, ma rimangano strumenti critici per decodificare il nostro presente. Anselmo, scomparso nel dicembre del 2023, ha impresso una traccia indelebile nella scultura del secondo Novecento, scardinando la staticità del manufatto artistico per aprirlo alle correnti invisibili che governano il cosmo.


Giovanni Anselmo e la Poetica delle Forze

La sua arte integra natura, percezione, filosofia e l'essere umano. La sua poetica ci parla del concetto di energia, che si rivela nelle leggi fische che regolano l'universo, come la gravità e il magnetismo. L'artista non rappresenta la realtà, vuole renderla operante; questa la sua dichiarazione metodologica: "I miei lavori sono la fisicizzazione della forza di un'azione, dell'energia di una situazione o di un evento [...] non l'esperienza di ciò a livello di annotazione o di segno."


Il percorso espositivo si sviluppa attraverso lavori che interrogano i concetti cardine della ricerca di Anselmo, attraverso una pluralità di medium e materiali artistici. Le pietre e i materiali lapidei, non masse inerti, diventano vettori di energia gravitazionale trattenuta dal ferro e da fili di torsione, tutti elementi che dialogano con le forze primordiali e il mondo circostante. L’evoluzione dell’artista: dalla Pittura all'Energia Pura

La traiettoria artistica di Giovanni Anselmo subisce una svolta radicale a metà degli anni Sessanta. Nato a Borgofranco d’Ivrea nel 1934, Anselmo si forma inizialmente da autodidatta nel disegno e nella pittura tradizionale. È il 1965 l'anno del definitivo abbandono dell'arte figurativa e pittorica. L'artista intuisce che la tela rappresenta un limite bidimensionale, una mera "annotazione" che imprigiona la realtà anziché liberarla. Da quel momento, la sua ricerca si sposta sulla fisicità delle forze universali. Nel 1967 esordisce alla Galleria Sperone di Torino, entrando ufficialmente nel nucleo dell'Arte Povera teorizzata da Germano Celant. Anselmo adotta una posizione radicale contro le convenzioni dell’arte, che per l'artista è uno strumento per comprendere il mondo e potenzialmente cambiarlo. Le sue opere smettono di descrivere oggetti e iniziano a trattenere azioni in tempo reale: la celebre torsione di un filato di cotone bloccato da una sbarra di ferro, il deperimento di un cespo di insalata fresca racchiuso tra blocchi di granito o i blocchi di cemento attraversati da tubi al neon che rivelano la propria luce soltanto quando la struttura è integra. La pratica di Anselmo si muove costantemente sui materiali pesanti e sulla gravità, ma contemporaneamente su una tensione sempre più concettuale verso l'immateriale, lo spazio cosmico e l'infinito. La pratica di Anselmo si è poi spinta molto oltre l’etichetta di Arte Povera. IL suo rigore intellettuale lo porterà a traguardi grandissimi, come il Leone d'Oro per la Pittura alla Biennale di Venezia nel 1990. --- Teoria dell’Arte Povera Codificata dal critico genovese Germano Celant nel 1967 (in particolare attraverso il manifesto “Arte Povera. Appunti per una guerriglia” pubblicato su Flash Art), la teoria dell'Arte Povera è un atto di liberazione che si basa su alcuni concetti filosofici e operativi fondamentali, rifiutando la rigidità del formalismo astratto e della Pop Art americana. Il termine "Povero" si rifrisce alla riduzione all'essenziale. Non indica una mancanza di valore o di mezzi economici, bensì un'arte ridotta ai minimi termini. Si ispira al concetto di "teatro povero" di Jerzy Grotowski: un'azione spogliata del superfluo, dell'artificio retorico e delle sovrastrutture tecnologiche. Celant oppone l'artista-guerrigliero culturale al sistema capitalista, alle istituzioni e al mercato dell'arte tradizionale. L'obiettivo è scardinare l'idea dell'opera d'arte come bene di consumo o feticcio commerciale da salotto, prediligendo installazioni effimere, instabili o strettamente legate allo spazio in cui nascono. La teoria rifiuta la rappresentazione classica (l'arte che imita la realtà) a favore dell'azione diretta. Il processo di creazione e la trasformazione naturale dei materiali contano più dell'oggetto finito. Gli artisti utilizzano materiali "incolti", elementi primordiali intesi come archetipici quali terra, ferro, stracci, legno, fuoco, acqua, pietra, ma anche elementi viventi o deperibili quali vegetali, animali. L'intento è liberare l'energia intrinseca della materia, prima che l'industria o la forma estetica la blocchino in un significato predefinito.

--- L'opera in assoluto più famosa e iconica di Giovanni Anselmo è Senza titolo (Struttura che mangia) del 1968. É il manifesto della sua ricerca sull'energia tempo-dipendente e sulla precarietà della materia: consiste in un piccolo blocco di granito lucido legato a un blocco monumentale più grande tramite un filo di rame. Tra i due blocchi è imprigionato un cespo di insalata fresca. Se l'insalata si secca e perde volume, la pietra piccola cade per effetto della forza di gravità. Per preservare l'integrità formale della scultura, il personale del museo deve continuamente "nutrirla" sostituendo regolarmente la verdura con un cespo fresco, integrando il ciclo vitale biologico nell'opera d’arte. L'opera, oggi custodita nelle collezioni del dipartimento di scultura del Centre Pompidou a Parigi, rappresenta uno dei casi studio più complessi, affascinanti e dibattuti nell'ambito della conservazione e del restauro dell'arte contemporanea. La scultura introduce elementi biologici effimeri all'interno di una struttura geometrica pesante, sollevando problematiche uniche che scardinano l'idea tradizionale di museo come luogo di conservazione statica.

Importanti paradossi strutturali e conservativi si legano a questo lavoro. L'opera si basa su un equilibrio meccanico interamente dipendente da un ciclo biologico. Il cespo di insalata, racchiuso tra il grande blocco di granito e quello più piccolo sospeso dal filo di rame, subisce una naturale e rapida decomposizione cellulare. Per evitare la distruzione o l'alterazione fisica dei componenti metallici e lapidei, il personale del museo deve sostituire l'insalata ogni quattro-cinque giorni, o anche più frequentemente a seconda del microclima della sala espositiva. Questo continuo intervento sposta il ruolo del conservatore museale da mero custode a "co-esecutore" o "nutritore" dell'opera. Anselmo non ha fornito un oggetto immutabile, ma un protocollo d'azione. Il museo, non potendo conservare l'insalata originale del 1968, deve acquistare regolarmente vegetali freschi al mercato. Il senso risiede nell'identità stessa dell'Arte Povera, dove il processo conta più del manufatto. Anche la scelta del vegetale presenta criticità strutturali. Non tutta l'insalata ha la stessa consistenza, densità e resistenza alla compressione. Il personale del dipartimento di restauro deve selezionare cespi di lattuga ‘iceberg’ o lattuga ‘romana’ particolarmente compatti, capaci di sopportare la pressione esercitata dal blocco di granito senza sfaldarsi immediatamente, garantendo al contempo lo spessore necessario a mantenere in tensione il filo di rame.

L'introduzione di materiale organico in decomposizione all'interno di sale museali che ospitano tele, carte o altri materiali sensibili, infine, è un incubo logistico per i dipartimenti di conservazione preventiva. La decomposizione dell'insalata rilascia umidità locale e gas, e può attrarre insetti xilofagi, parassiti o sviluppare muffe dannose per le altre opere circostanti. L'area circostante la scultura richiede pertanto un monitoraggio costante e una sanificazione localizzata, attenta al rischio chimico e biologico in ambiente museale. E, sebbene il granito rimanga inalterato, l'azione meccanica di montaggio e smontaggio continuo, unita all'acidità rilasciata dai fluidi vegetali in decomposizione, sottopone il filo di rame a ossidazione e stress meccanico. Nel corso dei decenni, persino le parti considerate "permanenti", i componenti fissi dell'opera richiedono analisi strutturali per evitare la rottura da fatica del metallo. --- In mostra, molto interessanti anche le opere di Linda Carrara - Il Punto Focale (2025) una serie composta da nove cornici di cm 40x30, tracciate a matita grassa su carta semi-trasparente. L’artista conduce il visitatore attraverso una sorta di esplorazione del nero, declinato nelle sue molteplici identità cromatiche e materiche: il Nero d'avorio, il Mars Black, la Terra Negra Italo-Romana, il Lamp Black, lo Schevenings Zwart, la Teinte Neutre, il Noir de Pêche, il Cold Black, e infine il Noir de Pèrylène. Il nero rivela così la sua realtà complessa, fatta di sfumature, densità e qualità percettive differenti, che mutano a seconda della composizione del pigmento e del modo in cui la luce incontra la superficie. Attraverso la ripetizione della forma e la variazione quasi impercettibile del colore, Carrara invita a soffermarsi su ciò che, a uno sguardo distratto, potrebbe apparire identico, ma che è invece profondamente differenziato. Le nove cornici sono altrettanti punti di accesso a una riflessione sulla percezione, sulla materia pittorica e sui limiti stessi del vedere. Un'altra opera che mi ha particolarmente colpito in questo percorso espositivo è Gesto Vegetale (1983) di Giuseppe Penone, bronzo e pianta, con un Ficus Benjamina, affiancata da Gesto Vegetale (1984), bronzo e pianta, realizzata con gli stessi materiali e abitata da un’Edera che si sviluppa prevalentemente in orizzontale. In questi lavori, che sono parte di una ampia serie sul tema, Penone mette in relazione la solidità e la permanenza del bronzo con la vitalità mutevole della materia vegetale, instaurando un dialogo tra forma artistica e crescita naturale. La pianta è una presenza viva che si appropria dello spazio, lo attraversa e lo trasforma nel tempo. In entrambe le opere, la figura antropomorfa in bronzo si intreccia alla pianta, ora abbracciandola, ora distendendosi accanto a essa, in una relazione di intimità e prossimità che supera la tradizionale distinzione tra uomo e natura. Il bronzo, con la sua solidità e permanenza, accoglie la crescita imprevedibile e incessante del vegetale, instaurando un dialogo tra materia inerte e vita organica, tra forma scultorea e divenire naturale. Ne scaturisce una visione poetica in cui il corpo umano non domina la natura né le si contrappone, ma vi si intreccia e sembra riconoscersi parte di uno stesso processo vitale.



un ritratto del pioniere dell'Arte Povera             Giovanni Anselmo
un ritratto del pioniere dell'Arte Povera Giovanni Anselmo

Entrare nell'opera (1971)                                                di Giovanni Anselmo                                           fotografia con autoscatto
Entrare nell'opera (1971) di Giovanni Anselmo fotografia con autoscatto

Senza titolo - Struttura che mangia (1968)                    di Giovanni Anselmo
Senza titolo - Struttura che mangia (1968) di Giovanni Anselmo

Un'opera della serie Gesto Vegetale                            di Giuseppe Penone
Un'opera della serie Gesto Vegetale di Giuseppe Penone

 
 
 

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