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La nuova stagione del Teatro Regio di Torino inizia con l'ambizioso brillante Festival del Verismo

Writer: Planet Claire
Planet Claire
4 hours ago
6 min read

©2026 - articolo di Clara Bruno - tutti i diritti riservati tempo di lettura: 6 minuti

La stagione 2026-2027 del Teatro Regio di Torino si apre con un progetto di particolare ambizione: il Festival del Verismo, una sorta di tetralogia -italiana, non wagneriana- che riunisce in poco più di un mese Pagliacci e La Bohème di Ruggero Leoncavallo e Cavalleria Rusticana e Iris di Pietro Mascagni. Quattro opere, ventidue rappresentazioni dal 15 ottobre al 22 novembre 2026, tre fine settimana consecutivi dedicati al ciclo e un unico direttore d’orchestra, Andrea Battistoni. Il confronto con l’ombra, vastissima, di Puccini è inevitabile: proprio per questo il Festival consente di riascoltare Mascagni e Leoncavallo sottraendoli alla consueta prospettiva ancillare e restituendo loro autonomia, complessità, invenzione.

Il titolo scelto per la stagione, Fatale, allude al destino, ciò cui l’individuo non può sottrarsi, ma anche alle traiettorie che, nella vita come nell’arte, sembrano determinare la fortuna di ciascuno. È un tema che attraversa le quattro opere  di un genere che il Regio vuole interrogare nella sua ricchezza e che acquista anche un significato metateatrale: si riferisce al destino dei personaggi, ma anche quello dei due autori.

Il progetto è una riscoperta del Verismo, genere tipicamente italiano nel suo modo di raccontare la vita attraverso la passione (sangue, gelosia, tradimenti, violenza), che narra anche la brutalità dei conflitti, le difficoltà dell’esistenza, le contraddizioni sociali. Il Teatro Regio di Torino affianca, a titoli di repertorio, opere meno frequentate, titoli innovativi, mentre consolida il suo ruolo a livello nazionale e internazionale in una prospettiva di rilancio e di crescita.  Così, il Festival non è una riproposizione di ciò che già conosciamo, ma nel "tridimensionalizzare quegli spartiti di carta", come ha detto il regista Daniele Menghini, restituisce loro corpo, materia, storia con uno sguardo contemporaneo.

Alla regia si alternano Daniele Menghini per Mascagni e Francesco Micheli per Leoncavallo. Chiamati non a competere, ma a dialogare, ciascuno porta la propria sensibilità dentro un progetto concepito come un vero lavoro di squadra. Menghini, già al Regio nel 2025 con L’elisir d’amore, parla di un vero e proprio «cantiere Verismo»: il teatro diventa il luogo in cui la finzione lavora sulla categoria del vero e in cui opere appartenenti al passato possono tornare a parlare al presente. I capolavori fanno scuola

Cavalleria rusticana e Pagliacci sono due capolavori, letteralmente dunque opere che hanno fatto scuola a un’intera generazione di compositori. Mascagni inventa una formula del tutto nuova: la realtà rurale e mantiene il melodismo. È la dimostrazione di un talento capace, come si suol dire, di mettere in musica qualunque cosa, trasformando la materia quotidiana in melodramma.

Nella Cavalleria il sole della Sicilia, le coppole, il carro, la dimensione rituale della Pasqua costruiscono un universo fortemente riconoscibile, una «cartolina» meridionale. La comunità è la vera protagonista, una comunità che si sta autorappresentando durante la Settimana Santa. La processione pasquale e i suoi simboli sono il contrappunto tragico alla vicenda di Santuzza, emarginata, quasi scomunicata. La maledizione di Santuzza a Lola - «A te la mala Pasqua!» - assume, in questo contesto, una forza rituale che supera la dimensione privata della vendetta.

Con Pagliacci, il regista Francesco Micheli sceglie di liberare l’opera dalle rassicuranti convenzioni iconografiche con cui siamo abituati a riconoscerla. Il punto di partenza è la realtà, un fatto di cronaca, ma il teatro diventa immediatamente qualcosa di più: un luogo nel quale realtà e rappresentazione si specchiano e si confondono.

Micheli guarda alla lunga stagione di ricerca teatrale degli anni Settanta e Ottanta, per interrogare ciò che l’opera può dire oggi. Il suo obiettivo è cercare nel teatro un nucleo di verità e di emozione autentica, la dimensione mitopoietica dell’opera, la capacità dell’arte di essere sempre incontro, nutrimento, reciproco arricchimento. Fare della cultura uno specchio della verità contemporanea, e insieme un messaggio di vicinanza e di possibilità.

ll clown è un uomo distrutto, dietro la maschera, e sarà una figura che ritornerà nei racconti che seguiranno.


La Bohème prima di Puccini

La Bohème di Leoncavallo torna al Regio per la prima volta dal 1905. È un’opera particolarmente interessante perché il confronto con Puccini consente di comprendere quanto più vicina questa Bohème sia alla lettura del romanziere parigino Henri Murger. Leoncavallo, infatti, guarda più direttamente al romanzo Scènes de la vie de bohème (1847-49). La storia non è soltanto della coppia Mimì-Rodolfo, ma della comunità dei giovani artisti. Il compositore passa, eclettico, dai toni da operetta dei primi due atti, a uno squarcio di vita dominata dalla disillusione e dalla miseria delle persone che tentano di andare contro le convenzioni borghesi, ma saranno sconfitte. Il passaggio dalla vitalità al disincanto da all’opera una modernità inattesa. Il gruppo di amici è una sorta di «Friends» ante litteram e costituisce il tessuto umano della vicenda. Viene spontaneo pensare anche al cinema di Ettore Scola in C’eravamo tanto amati di Ettore Scola (1974): una storia nella quale sono i legami fra persone, prima ancora della singola coppia, a costruire il racconto di un’epoca.


Iris

Con Iris, in scena dal 5 al 18 novembre, il Festival compie invece un salto netto: si passa al simbolismo, in un Giappone filtrato dall’immaginario europeo e dall’orientalismo fin de siècle.

La regia di Menghini trasporta la vicenda in un paesaggio post-atomico, ispirato agli hibakujumoku, gli alberi sopravvissuti alle radiazioni di Hiroshima e Nagasaki e capaci di rifiorire tra le rovine. È l’immagine della natura che sopravvive alla violenza di un’umanità corrotta dalla violenza, dalla guerra, dal possesso, assumendo una dimensione quasi metafisica.

Iris è una creatura di innocente purezza che si sottrae alla violenza maschile sottraendosi alla vita.

Il Giappone di Iris conserva volutamente anche l'aspetto della «cartolina» esotica: un mondo immaginato dall’Europa, nel quale l’Occidente proietta la propria idea dell’Oriente. Ma dietro questa superficie si apre una riflessione profonda sul rapporto fra uomo e natura. Se in Cavalleria è la comunità a dominare lo spazio del dramma, in Iris è la natura ad assumere una sorta di anima superiore. Iris di Pietro Mascagni è un'opera del 1898 straordinariamente visionaria e celebre per essere stata la prima opera lirica italiana interamente ambientata in Giappone (precedendo di qualche anno Madama Butterfly di Puccini). Andrea Battistoni, attuale Direttore musicale del Teatro, ha una seconda casa artistica a Tokyo, essendo dal 2016 il Direttore principale della Tokyo Philharmonic Orchestra, la più antica formazione sinfonica del Paese. Mascagni inserì in partitura una serie di percussioni e elementi esotici originali (come gong intonati e tamburi tradizionali) per riprodurre un'atmosfera sospesa e arcaica. Per ottenere la massima fedeltà sonora, Battistoni ha cercato a Tokyo un gong originale nello storico distretto di Asakusa, il celebre "quartiere dei templi" di Tokyo, dove si trovano antiche botteghe artigiane e laboratori specializzati nella fabbricazione di strumenti musicali sacri e percussioni tradizionali giapponesi, come i tamburi taiko e i gong rituali.

Le recite di Iris che andranno in scena al Teatro Regio di Torino con il nuovo allestimento curato da Daniele Menghini offriranno al pubblico l'opportunità di ascoltare le sonorità originali scelte e portate direttamente dall'Oriente.

La vastità del progetto

La vastità del progetto si misura anche nella sua dimensione materiale. Circa 120 artisti fra cantanti, mimi, danzatori, figuranti e marionettisti, 80 elementi del coro, una trentina di bambini e giovani cantanti, un centinaio di orchestrali, oltre 90 fra tecnici e maestranze, 761 costumi. Tutti i 30 camerini del Regio saranno utilizzati; 14 camion saranno necessari per la movimentazione.

Accanto alla tecnologia, resta il lavoro manuale. Le scenografie di Cavalleria sono interamente realizzate in legno e dipinte a mano nei laboratori del Regio. Nella Bohème le grandi pareti vengono movimentate manualmente dalle maestranze, proprio per evitare rumori e imprecisioni e conservare quella dimensione artigianale che appartiene al teatro. Per Iris sono stati realizzati a mano 150 girasoli e decine di origami, accanto a un fiore animatronico; viene utilizzato circa il 90 per cento delle linee motorizzate del palcoscenico. Sono numeri che raccontano quella parte del lavoro che non appare sul proscenio ma che è ciò che rende possibile quanto accade sulla scena.

Un’opera fatta con il cuore e con la ragione conserva la traccia di chi l’ha concepita, costruita, dipinta, animata con intelligenza umana.

Un Festival aperto al pubblico

Le Anteprime Giovani, riservate agli under 30, prevedono biglietti a 10 euro; a questa possibilità si aggiungono 180 posti gratuiti, messi a disposizione il giorno dell’anteprima per chi si presenta in coda, fino a esaurimento.

Le anteprime sono il 13 ottobre 2026 per Cavalleria Rusticana/Pagliacci, il 23 ottobre 2026 per La Bohème e il 29 ottobre 2026 per Iris. I tre incontri di avvicinamento al Festival sono programmati il 14 e 21 ottobre e il 4 novembre.

È un modo concreto di intendere il teatro come res publica e non res nullīus: un bene condiviso, un luogo di formazione e di incontro.

Il Festival del Verismo non celebra un genere, vuole liberarlo dalle etichette, mostrare ciò che ancora non abbiamo visto; far emergere una materia umana che continua a parlarci, facendo della cultura uno specchio della verità del presente.

 
 
 

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